Storia

Custer, ovvero la storia e il mito del West

La morte del generale George Custer nella battaglia di Little Big Horn, nel 1876, segnò la fine del West di frontiera e l’inizio della sua leggenda. Larry McMurtry ne racconta il lato più umano e contraddittorio

  • Oggi, 10:00
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Di: Kappa/Mat 


George Armstrong Custer ebbe una fortuna che ai generali capita di rado: quella di essere sconfitto in modo memorabile.

I vincitori conducono in genere un’esistenza piuttosto modesta. Occupano territori, firmano rapporti, entrano nei manuali. Gli sconfitti, quando possiedono il dono della teatralità, accedono invece a una seconda vita. È ciò che accadde a Little Big Horn, dove il 7° Cavalleria fu annientato dai Lakota e dai Cheyenne guidati da Toro Seduto e Cavallo Pazzo. Da quel momento Custer cessò di appartenere alla storia e divenne proprietà dell’immaginazione americana.

Nel suo Custer (Einaudi) Larry McMurtry affronta proprio questo passaggio ambiguo, quel confine quasi invisibile in cui un uomo smette di essere un personaggio storico e comincia a trasformarsi in una figura letteraria. Come osserva Paolo Simonetti intervistato da Enrico Bianda in Kappa, «McMurtry ricostruisce la vita di Custer, ma attraverso la sua figura racconta anche la fine della frontiera e contemporaneamente l’inizio del mito della frontiera».

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Kappa

Kappa 14.07.2026, 17:00

  • Enrico Bianda

La formulazione è tanto semplice quanto inquietante. La Frontiera non genera il mito: deve prima morire. Esiste una sorta di cannibalismo della memoria americana. I fatti vengono consumati affinché le leggende possano prosperare. La prateria reale, fatta di polvere, fame, violenza e interessi economici, deve lasciare il posto a quella immaginaria, popolata di cavalieri, imprese e destini.

Little Big Horn rappresenta il paradosso perfetto. I nativi vincono e, proprio vincendo, accelerano il processo che li porterà alla sconfitta definitiva. Custer perde e, proprio perdendo, conquista una forma di immortalità. Simonetti sintetizza il meccanismo con una formula folgorante: Custer finisce per «vincere perdendo». È difficile trovare una definizione migliore del mito, macchina narrativa che si alimenta di sconfitte illustri molto più volentieri che di successi amministrativi.

McMurtry racconta tutto questo senza indignazione pedagogica e senza devozione monumentale. È troppo intelligente per celebrare e troppo onesto per demolire. Il risultato, nota Simonetti, è che il libro dà «proprio l’impressione di ascoltare una storia raccontata da un capo e davanti a un fuoco di bivacco». Nessuna volontà di inchiodare il personaggio a una sentenza definitiva. Attorno al fuoco non nascono le verità; nascono i racconti. E i racconti, diversamente dai tribunali, tollerano le contraddizioni.

Così il generale leggendario perde progressivamente la rigidità della statua. Diventa vanitoso, impulsivo, temerario oltre il ragionevole. McMurtry arriva perfino a suggerire che, nel caos di Little Big Horn, Custer potesse non aver compreso fino in fondo ciò che stava accadendo, avvolto dalla polvere, dal fumo e soprattutto dalla propria fiducia in sé stesso. È un’immagine irresistibile: un uomo che corre incontro alla catastrofe con l’entusiasmo di chi crede di stare andando verso il trionfo.

Ma il pregio maggiore del libro consiste forse nel rifiuto della semplificazione morale. Negli ultimi anni il mito è stato spesso sostituito dal contro-mito, operazione apparentemente moderna ma in realtà identica alla precedente. Cambiano i segni, non il meccanismo. Se prima esisteva l’eroe, oggi rischia di comparire il mostro assoluto.

McMurtry rifiuta entrambe le scorciatoie. Ed è qui che acquista particolare peso l’osservazione di Simonetti: «Il mito ha bisogno di dividere il mondo in buoni e cattivi. Eroi e mostri. La letteratura, al contrario, ci rende di nuovo umani».

In fondo è questa la differenza decisiva. Il mito opera per riduzione. Elimina le sfumature, distribuisce patenti di innocenza e di colpa, costruisce figure riconoscibili da lontano. La letteratura compie il percorso inverso. Reintroduce le ambiguità, restituisce opacità, compromette le certezze.

Per questo il Custer di McMurtry non chiede al lettore di assolvere o condannare il proprio protagonista. Chiede qualcosa di più difficile: accettare che la storia sia fatta da esseri umani e che gli esseri umani abbiano il cattivo gusto di non coincidere mai completamente con le idee che ci facciamo di loro.

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