Storia dei popoli

Figli della Malinche. Cinquecento anni dopo la conquista del Messico

A cinquecento anni dalla fine dell’impero azteco, nelle parole di Octavio Paz e nelle lettere di Cortés, la conquista continua a parlarci del nostro rapporto con l’altro, con il potere e con la memoria.

  • 02.12.2025, 17:00
José Clemente Orozco, Cortés e la Malinche, affresco, 1926. Collegio di San Ildefonso, Città del Messico.

José Clemente Orozco, Cortés e la Malinche, affresco, 1926. Collegio di San Ildefonso, Città del Messico.

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Di: Leonardo Marchetti 

«La storia del Messico è quella di un uomo che cerca la sua ascendenza, la sua origine», scrive Octavio Paz ne Il labirinto della solitudine (trad. di Giuseppe Bellini, Milano, Il Saggiatore, 1999 [1965]).

“Hijos de la Malinche”, figli della Malinche, li chiama il premio Nobel: figli della traduttrice e intermediaria indigena che accompagnò Hernán Cortés nella conquista del Messico, schiava e madre insieme, divenuta il simbolo di un incontro fondato sulla sottomissione e sul tradimento. Nel sangue dei messicani, dice Paz, vive ancora quella ferita originaria: la frattura che separa il mondo dell’ascolto da quello del comando, la parola viva dal potere, il nahuatl — lingua materna — dallo spagnolo del conquistatore.

500 anni orsono la conquista dell’Impero Atzteco segna l’inizio della globalizzazione.

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Cinquecento anni dopo l’arrivo di Hernán Cortés a Tenochtitlán, il Messico continua a specchiarsi in quella lacerazione come il figlio nel genitore. Anche noi, tuttavia, non possiamo sottrarci: la conquista dell’altro è stata la matrice dello sguardo europeo sul mondo e il suo inizio porta un nome preciso, Cortés.

Quando Hernán Cortés sbarcò sulle coste dello Yucatán nel 1519 a capo di cinquecento uomini, era un giovane uomo che non aveva niente da perdere, ma molto da rischiare. Era nato nel 1485 a Medellín, in Estremadura, da una famiglia di piccola nobiltà senza grandi mezzi, e aveva studiato per breve tempo legge a Salamanca prima di imbarcarsi verso le Indie, attratto dalle promesse di ricchezza e di gloria.

Diego Rivera, La colonizzazione o l’arrivo di Hernán Cortés a Veracruz, pittura murale, 1951. Palazzo Nazionale, Città del Messico.

Diego Rivera, La colonizzazione o l’arrivo di Hernán Cortés a Veracruz, pittura murale, 1951. Palazzo Nazionale, Città del Messico.

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Segretario a Cuba del governatore Diego Velázquez, la sua ambizione lo aveva spinto a disobbedire agli ordini, armando di nascosto una spedizione autonoma. Così, quando toccò terra sulla costa del Golfo, Cortés, prima ancora che un avventuriero, era un uomo in rivolta contro l’autorità, deciso a fondare il proprio destino su un atto di conquista.

Per impedire ai suoi uomini di tornare indietro — dicono le cronache — fece distruggere le navi con cui era giunto. Gesto leggendario più che storico e tuttavia significativo, per tagliare i ponti con il ritorno e fondare un nuovo inizio.

Nel 1521 Tenochtitlán cadde. Quattro anni dopo, nel 1525, Hernán Cortés attraversò il Chiapas e spinse la sua marcia verso l’Honduras, ormai proiettato verso nuove conquiste. Con lui viaggiava prigioniero Cuauhtémoc, dal 1521 l’ultimo tlatoani (sovrano) azteco, colui che aveva guidato la resistenza contro gli spagnoli e i loro alleati Tlaxcaltechi. Durante il cammino, accusato di tradimento, venne torturato e impiccato (Cuauhtémoc. Vida del último defensor del imperio mexica, Eduardo Ayala Tafoya. México, INEHRM, 2025).

La sua morte segnò la fine politica dell’impero mexica, ma non la sua memoria. Nei secoli successivi Cuauhtémoc sarebbe divenuto, nelle cronache e poi nella storiografia nazionale, il simbolo di una sconfitta vissuta come origine: il punto in cui una civiltà si trasforma in eredità, e il passato diventa domanda sul presente.

Jesús Fructuoso Contreras, Cuauhtémoc, bronzo, fine XIX secolo. Museo del Ejército, Città del Messico.

Jesús Fructuoso Contreras, Cuauhtémoc, bronzo, fine XIX secolo. Museo del Ejército, Città del Messico.

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Sul momento, tuttavia, l’impiccagione di Cuauhtémoc segnò la conclusione della conquista del Messico. Da quella vittoria nacque l’idea di un’Europa che non ha mai smesso di percepirsi come misura del reale. Il Messico, come il resto delle Americhe, divenne il suo specchio rovesciato, il luogo dove l’altro è insieme conquistato e inventato.

Le Cartas de relación, le lettere che Cortés inviò a Carlo V tra il 1519 e il 1526 per presentare e giustificare la propria impresa, sono un documento decisivo per comprendere la nascita di un nuovo linguaggio del potere. Nelle sue pagine la scrittura diventa strumento di governo, il gesto militare si traduce in diritto, la conquista si giustifica come missione e la violenza si converte in verità.
La stessa narrativa ripresa e amplificata dai cronisti successivi (Oviedo, Gómara, Cervantes de Salazar, Bernal Díaz del Castillo) che ne riprodurranno il punto di vista, contribuendo a fissare la versione ufficiale degli eventi.

Hernán Cortés, Seconda Lettera di relazione, frontespizio dell’edizione latina, 1524. Biblioteca John Carter Brown, Providence (USA).

Hernán Cortés, Seconda Lettera di relazione, frontespizio dell’edizione latina, 1524. Biblioteca John Carter Brown, Providence (USA).

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La conquista, tuttavia, non fu mai un racconto unico e attorno a esso si è costruito un immenso dibattito storiografico che dura da cinque secoli. Già nel Cinquecento, con Bartolomé de Las Casas e la controversia di Valladolid (1550–51), la conquista fu oggetto di un confronto tra diritto naturale e potere imperiale, tra la legittimità della guerra e la dignità degli indigeni.

Nel Novecento e nel XXI secolo, la riflessione si è spostata sul piano simbolico e linguistico: da una parte il revisionismo nazionalista e cattolico che cercò di “difendere” l’impresa di Cortés, dall’altra le letture postcoloniali e decoloniali (Tzvetan Todorov, Walter Mignolo, Enrique Dussel, Edmundo O’Gorman per citarne alcuni) che hanno mostrato come la conquista abbia fondato non solo un impero, ma una concreta grammatica del potere e dello sguardo destinata a sopravvivere fino a oggi.

Le lotte indigene per la terra, le rivendicazioni linguistiche e le campagne per la restituzione dei beni coloniali hanno ormai riaperto il dialogo interrotto cinque secoli fa. I musei, le piazze, i manuali di storia sono divenuti luoghi di confronto, il campo in cui l’Occidente continua a discutere sé stesso, la propria origine e i propri limiti.

Jorge González Camarena, Fusione di due culture, 1963. Museo Nacional de Historia, Città del Messico.

Jorge González Camarena, Fusione di due culture, 1963. Museo Nacional de Historia, Città del Messico.

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In un tempo, il nostro, in cui nuove “scoperte” si compiono continuamente nei fondali del Pacifico, nei cieli digitali, nelle risorse contese dell’Africa, dell’Amazzonia, dell’Artico, l’immaginario del possesso resta lo stesso, traducendosi in un linguaggio mutato appena. Le logiche della conquista permangono e ci interrogano.

E se, come scriveva Octavio Paz, «riconoscere la nostra ferita è l’unico modo per guarirla», allora la memoria di Tenochtitlán, della sua caduta, delle popolazioni indigene spazzate via dalla conquista europea, ci riguarda molto da vicino perché da quella ferita siamo nati tutti, e da come sapremo ascoltarla dipende ancora la possibilità di un mondo comune.

23:45
La conquista di Tenochtitlán

La conquista del Messico

Geronimo 02.08.2021, 11:35

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