Storia

La scuola davanti alla guerra

In un tempo di immagini consumate, slogan e brutalizzazione del linguaggio, la scuola può ancora insegnare a distinguere tra fatti, propaganda, testimonianza e responsabilità

  • Oggi, 10:00
John Singer Sargent, Gassed, 1919, Imperial War Museums. Una fila di soldati accecati dai gas viene guidata verso il posto di medicazione, mentre sullo sfondo continua perfino una partita di calcio. È la guerra industriale, sospesa tra dolore di massa e normalizzazione dell’orrore.

John Singer Sargent, Gassed, 1919, Imperial War Museums. Una fila di soldati accecati dai gas viene guidata verso il posto di medicazione, mentre sullo sfondo continua perfino una partita di calcio. È la guerra industriale, sospesa tra dolore di massa e normalizzazione dell’orrore.

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Di: Leonardo Marchetti 

La guerra entra oggi nella vita di ragazzi e ragazze molto prima che la scuola riesca davvero a nominarla. Si affaccia nei video brevi che scorrono sui telefoni, nelle immagini ripetute fino all’assuefazione, nelle polemiche urlate e nelle semplificazioni morali, dentro tifoserie geopolitiche che riducono la sofferenza a slogan. Colpisce soprattutto il modo in cui il linguaggio pubblico si è fatto brutale.

Annientare, vendicare, radere al suolo, fare piazza pulita vengono pronunciati con una leggerezza che fino a pochi anni fa avrebbe suscitato almeno disagio. In un clima simile il problema non consiste soltanto nel trovare le parole giuste per parlare della guerra a scuola. La questione è più esigente e riguarda il compito stesso dell’educazione civica. Bisogna chiedersi se la scuola sia ancora capace di insegnare che cosa una guerra sia davvero.

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12:49

Come raccontare la guerra ai ragazzi

Prima Ora 04.03.2026, 18:00

Naturalmente non si tratta di educare alla guerra come fatalità o come abitudine mentale. Al contrario, occorre educare a comprenderla, sottraendola tanto all’emotività immediata quanto all’anestesia prodotta dalla ripetizione delle immagini. Una guerra non scoppia come un temporale. Matura dentro decisioni politiche, interessi di potenza, memorie contese e linguaggi che la preparano e finiscono per renderla pensabile. Quando la scuola rinuncia a mostrare tutto questo, lascia i giovani davanti a un flusso di eventi che possono soltanto subire o commentare. Se invece accetta la sfida, allora educare alla cittadinanza significa anche insegnare a leggere la guerra.

È qui che il valore della storia torna a farsi essenziale, a patto però di liberarlo da ogni retorica. La storia non serve a ripetere che il passato non deve tornare, formula troppo facile e quasi sempre impotente. Non consola, non immunizza, non rende automaticamente migliori. Il suo valore sta altrove, nella capacità di rallentare il presente, sottraendolo alla sua falsa immediatezza, e di mostrare che nulla nasce dal nulla, che ogni conflitto possiede una genealogia, una lingua, una preparazione e una memoria contesa. A scuola la storia vale quando non produce commemorazione automatica, ma offre strumenti di giudizio.

Francisco de Goya, Il 3 maggio 1808 o Le fucilazioni del 3 maggio, 1814, olio su tela, Museo del Prado, Madrid.

Francisco de Goya, Il 3 maggio 1808 o Le fucilazioni del 3 maggio, 1814, olio su tela, Museo del Prado, Madrid.

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Per questo parlare della guerra in classe non equivale a impartire una lezione di geopolitica né a usare il conflitto come pretesto per una pedagogia generica dell’emozione. Vuol dire piuttosto educare alla distinzione, mostrando la distanza che corre tra testimonianza e propaganda, tra informazione e spettacolarizzazione, tra empatia e identificazione cieca, tra dolore reale e sua messa in scena. Vuol dire anche restituire peso alle parole, perché invasione, rappresaglia, tregua, ostaggio, negoziato, crimine di guerra non sono termini intercambiabili e non possono essere consumati come etichette vaghe di un presente indistinto.

Hiroshima dopo il bombardamento atomico del 6 agosto 1945. La devastazione dello spazio urbano restituisce una delle immagini più radicali della guerra contemporanea. Fonte: U.S. Navy Public Affairs Resources Website, public information.

Hiroshima dopo il bombardamento atomico del 6 agosto 1945. La devastazione dello spazio urbano restituisce una delle immagini più radicali della guerra contemporanea. Fonte: U.S. Navy Public Affairs Resources Website, public information.

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Il punto, allora, non è proteggere i ragazzi dal mondo, come se il compito della scuola fosse schermarli dalla violenza del reale, né trascinarli dentro il realismo emotivo degli adulti, che troppo spesso usano la guerra per esibire angoscia, indignazione o appartenenza. Il compito è un altro, e consiste nel costruire condizioni di comprensione. È precisamente qui che l’esperienza maturata alla scuola media di Viganello acquista un valore che va oltre la singola occasione scolastica.

Nel corso della Settimana di educazione alla cittadinanza, un percorso rivolto alle classi di quarta media e costruito attorno ai temi della guerra, dei diritti, del linguaggio pubblico e della responsabilità, il lavoro non è consistito nel chiedere agli allievi di reagire d’istinto all’attualità, né nel convocarli a una rapida presa di posizione morale. Si è cercato piuttosto di preparare il terreno nei giorni precedenti, di fornire coordinate storiche e civiche, di costruire uno spazio nel quale gli incontri con relatrici e relatori non diventassero semplice esposizione di testimonianze o opinioni, ma occasione per misurarsi con domande difficili e con parole da usare con precisione.

Il dato più significativo è emerso proprio alla fine, nella qualità degli incontri e soprattutto delle domande. Quando la scuola non rincorre l’attualità ma la media, gli adolescenti mostrano una capacità di attenzione e di distinzione che gli adulti tendono a sottovalutare. Le domande emerse non erano teatrali, né meccanicamente allineate al linguaggio dominante. Erano domande forti, talvolta spiazzanti, spesso molto precise. Chiedevano come si distingua una testimonianza da una propaganda, come si possa nominare una vittima senza trasformarla in simbolo, come si possa giudicare senza gridare.

La classe IVD della scuola media di Viganello durante la Settimana di educazione alla cittadinanza, in dialogo con Pierre Ograbek, giornalista RSI, e con la professoressa Sultan Filimci. Fotografia di Leonardo Marchetti.

La classe IVD della scuola media di Viganello durante la Settimana di educazione alla cittadinanza, in dialogo con Pierre Ograbek, giornalista RSI, e con la professoressa Sultan Filimci. Fotografia di Leonardo Marchetti.

  • Leonardo Marchetti

Forse la scuola conserva qui una funzione che nessun flusso informativo può sostituire; non distribuire ricette emotive o rassicurazioni prefabbricate, ma dare forma alla complessità del presente, impedendo che il rumore si sostituisca al giudizio. Oggi, mentre l’immaginario collettivo si brutalizza con impressionante rapidità, educare alla cittadinanza significa anche questo, insegnare che la guerra non è soltanto un fatto da commentare, ma una realtà da comprendere storicamente, linguisticamente e moralmente.

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