Storia

45 anni di Aids: dalla paura alla cura

Dal 1981 a oggi: la lunga storia dell’HIV, dalla paura dell’ignoto a una condizione oggi curabile e controllabile, ma ancora vittima dello stigma

  • Oggi, 08:00
Fiocco rosso simbolo dell’Aids.

Fiocco rosso simbolo dell’Aids.

  • Archivio Keystone
Di: Elizabeth Camozzi 

Il 5 giugno 1981, il servizio sanitario statunitense (CDC) pubblica un breve rapporto che segna l’inizio della futura pandemia di Aids: cinque giovani uomini, fino a quel momento in salute, sono colpiti da una rara polmonite opportunistica tipica di pazienti immunodepressi. Nel giro di poche settimane emergono casi simili, spesso associati a un tumore altrettanto insolito, il sarcoma di Kaposi.

È la prima manifestazione riconosciuta di una malattia nuova, ancora senza nome, ma destinata a diffondersi rapidamente e a mettere in crisi molte delle certezze della medicina.

Fin dall’inizio, ciò che allarma i medici non è solo la gravità dei sintomi, ma il fatto che le vittime siano giovani e apparentemente sane. In una prima fase, la sindrome viene tuttavia interpretata in modo riduttivo: poiché i primi casi riguardano uomini omosessuali viene definita GRID (immunodeficienza correlata agli omosessuali), e parallelamente i media la descrivono spesso come “cancro dei gay”.

Questa lettura errata non è solo scientifica, ma anche culturale: alimenta paure e discriminazioni e crea una falsa sicurezza nel resto della popolazione.

Nel 1982 si arriva a una definizione più precisa: la malattia viene chiamata Aids, sindrome da immunodeficienza acquisita. L’anno successivo, nel 1983, all’Istituto Pasteur di Parigi, un gruppo guidato da Françoise Barré-Sinoussi e Luc Montagnier isola un retrovirus, poi identificato come causa dell’Aids e denominato HIV, che si rivelerà essere il responsabile della malattia.

Si tratta di una svolta decisiva, consentendo di comprendere la natura dell’infezione e aprendo la strada allo sviluppo di test diagnostici e future terapie. La scoperta, però, non dissolve subito l’angoscia. Gli anni iniziali dell’epidemia sono segnati da grande incertezza: non sono ancora chiare le modalità di trasmissione e il timore del contagio si estende ben oltre i contesti reali. Si ha paura dei contatti quotidiani, della convivenza, perfino della vicinanza. Molti malati vengono isolati e discriminati. L’Aids diventa così non solo una crisi sanitaria, ma anche una crisi sociale e culturale.

Solo progressivamente si chiarisce che l’HIV si trasmette attraverso vie specifiche - sessuale, ematica e materno infantile (gravidanza, parto o allattamento) - e non nei contatti ordinari. Questa conoscenza permette di orientare le politiche di prevenzione, migliorare la sicurezza delle trasfusioni e ridurre i timori infondati, anche se il pregiudizio persiste a lungo.

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  • Fabio Meliciani

Per oltre un decennio, l’Aids rappresenta una delle più gravi emergenze sanitarie globali. La mancanza di cure efficaci rende la diagnosi spesso fatale. A metà degli anni Novanta, l’introduzione delle terapie antiretrovirali combinate cambia tuttavia radicalmente lo scenario: la malattia non scompare, ma diventa progressivamente controllabile. Nei Paesi industrializzati la mortalità cala in modo significativo, mentre in molte aree del mondo, soprattutto nell’Africa subsahariana, la carenza di cure mantiene un impatto devastante.

Oggi, a quarantacinque anni esatti, con oltre 44 milioni di morti dall’inizio dell’epidemia, l’HIV/Aids rimane una sfida globale, ma profondamente trasformata. Circa 41 milioni di persone vivono con il virus e, grazie alle terapie, la mortalità è drasticamente diminuita. Chi ha accesso alle cure può vivere a lungo e raggiungere una carica virale non rilevabile, condizioni che impediscono la trasmissione sessuale dell’infezione. Eppure, il pregiudizio persiste.: molte persone sieropositive continuano a subire discriminazioni nel lavoro, nell’accesso alle cure e nella vita sociale.

La storia dell’Aids, osservata oggi, non è solo quella di una malattia passata da condanna a condizione cronica. È anche il racconto di un passaggio dalla paura alla conoscenza e dimostra come le epidemie coinvolgano dimensioni biologiche, sociali e culturali.

La vicenda dell’Aids resta così una delle più significative dell’età contemporanea: non solo per il suo impatto sanitario, ma anche per le profonde conseguenze sociali, culturali e politiche che ha lasciato in eredità.

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