Come evidenziato dallo studio pubblicato dalla Commissione federale contro il razzismo, la ricerca recente invita a riconsiderare il ruolo della Svizzera nella storia coloniale: se è vero che la Confederazione non ha mai posseduto colonie, è altrettanto assodato che individui, imprese e persino istituzioni pubbliche svizzere parteciparono in modo significativo alle reti economiche, politiche e culturali dell’espansionismo europeo del XIX secolo. In questa prospettiva, il caso del Congo costituisce un osservatorio privilegiato per comprendere come anche un Paese senza impero formale potesse essere coinvolto, direttamente o indirettamente, nel sistema coloniale globale.
Lo Stato Libero del Congo, proprietà personale di Leopoldo II tra il 1885 e il 1908, resta infatti uno dei capitoli più violenti della storia coloniale europea. Le immagini delle punizioni inflitte alla popolazione – mani mozzate, corpi segnati da torture sistematiche – contribuirono già all’epoca a scuotere l’opinione pubblica. Eppure, anche istituzioni nate sotto il segno dell’umanità, come la Croce Rossa, risultarono coinvolte nella costruzione e nella legittimazione di quel sistema.
Secondo lo storico Fabio Rossinelli, la presenza della Croce Rossa nel progetto coloniale leopoldiano non fu marginale: «Era l’istituzione umanitaria per eccellenza capace di legittimare sulla scena internazionale questa cosiddetta buona volontà dell’imperialismo leopoldino». L’azione del Comitato di Ginevra contribuì a dare una veste morale a un’impresa fondata sullo sfruttamento. Sul terreno, tuttavia, «le opere sanitarie andavano tutte a beneficio del colonnato bianco e in nessun caso a beneficio della popolazione autoctona».
Il ruolo del ginevrino Gustave Moynier, cofondatore e a lungo presidente della Croce Rossa, appare emblematico. La sua vicinanza a Leopoldo II è documentata, ma la questione centrale riguarda la misura della responsabilità. Per Rossinelli, essa non può essere ridotta alla dimensione individuale: «Non era un’impresa privata, era un’impresa para-pubblica con il supporto più o meno attivo e tacito dello Stato». Un intreccio di élite, istituzioni e interessi che rende difficile separare il singolo dalla collettività.
La riflessione si allarga così al piano giuridico e politico. L’avvocata internazionalista Cecilia De Marziis spiega che, nel diritto internazionale, la responsabilità di uno Stato emerge quando gli atti sono attribuibili alla sua struttura o al suo controllo: «Non tutte le condotte individuali innescano la responsabilità dello Stato», ma essa sussiste quando si tratta di «organi dello Stato» o di individui che agiscono sotto la sua direzione. Nel caso dei crimini coloniali, aggiunge, «non vi sono particolari difficoltà legate all’attribuzione alle ex potenze coloniali».
Resta però il nodo della memoria e della consapevolezza. Contrariamente a una narrazione nazionale spesso improntata alla neutralità, la Svizzera partecipò attivamente al mondo coloniale, pur senza possedere colonie. «La coscienza era pura e cristallina», osserva Rossinelli. «La Svizzera era un paese di colonizzatori», rivendicava già alla fine dell’Ottocento una parte delle sue élite. L’oblio successivo è stato quindi, in parte, una costruzione: una “amnesia coloniale” che oggi la ricerca storica prova a colmare.
Nel presente, il confronto con quel passato procede a velocità diverse. Il Belgio ha avviato una riflessione istituzionale, con risultati contrastanti. «La Commissione ha deluso le aspettative», nota De Marziis, soprattutto per l’assenza di scuse ufficiali e di impegni concreti di riparazione. Tuttavia, alcune decisioni giudiziarie recenti hanno aperto spiragli, riconoscendo il diritto delle vittime a ottenere giustizia.
Di fronte a questa eredità, emerge una domanda irrinunciabile: come affrontare oggi la storia coloniale? Per Rossinelli, il punto di partenza resta la conoscenza: «È soltanto con conoscenza di causa che si può arrivare a un risultato provato». Ciò implica un cambio di prospettiva, capace di includere voci e contesti extraeuropei, e di superare letture nazionali riduttive.
Il caso della Croce Rossa nel Congo leopoldiano non è un’anomalia isolata, ma un prisma attraverso cui rileggere l’Europa stessa: le sue responsabilità diffuse, le sue rimozioni e la sfida, ancora aperta, di trasformare la memoria in consapevolezza condivisa.
Colonisatio helvetica: il Congo (non) libero di Leopoldo II
Alphaville 25.05.2026, 12:05
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