Nell’Argentina della dittatura c’è una storia che continua a chiedere ascolto e giustizia. È la storia di venti ragazzi che scendevano in campo con una palla ovale e che, quando il Paese precipitò nel terrore, decisero di non arretrare. Non erano eroi, non cercavano martiri: erano compagni, studenti, militanti, amici. E uno dopo l’altro furono inghiottiti dal buio. Oggi, mentre il mondo sembra dimenticare quanto fragile sia la democrazia, la loro vicenda torna a parlarci con una forza che non consente indifferenza. Perché il rugby insegna a non lasciare indietro nessuno. E loro, fino all’ultimo, non lo fecero.
Nel cinquantesimo anniversario del colpo di stato del 1976, torniamo su una delle tante ferite aperte dalla dittatura. Tra le migliaia di desaparecidos, ricordiamo qui la storia del Plata Rugby Club, una squadra di giovani che trasformò i valori del campo in un impegno politico pagato con la vita, sfidando il regime di Jorge Videla.
Raul Raúl Barandiarán, uno dei pochi sopravvissuti, porta sulle spalle il peso di una testimonianza che non ha scelto. «Gioco a rugby da quando avevo undici anni… il record di venti giocatori desaparecidos uccisi dal terrorismo di Stato è una storia unica al mondo che ho dovuto raccontare molte volte», dice con voce spezzata nel documentario radiofonico di Marco Silvestri trasmesso in Laser. La sua sopravvivenza è un enigma che lo tormenta: «Io sono vivo per caso… purtroppo nella vita mi è toccato il ruolo di testimone. Sono quello che è rimasto». Quel senso di colpa, mai sopito, si mescola alla consapevolezza di un dovere morale: «Per me abbandonare la militanza è stato un tradimento… eppure sono qui. Sono vivo. Ho il dovere di parlare per chi non può più farlo».

Gli angeli del rugby
Laser 28.04.2026, 09:00
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Gli anni Sessanta e Settanta furono un’epoca di trasformazioni radicali, in cui i giovani argentini si sentivano parte di un movimento globale. Raul lo ricorda con lucidità: «Negli anni 60 c’è stata una rivoluzione che ha cambiato tutto… stavano cambiando tutti i paradigmi». In quel clima, l’impegno politico non era un’opzione, ma una responsabilità. I ragazzi del Plata Rugby Club ne furono l’incarnazione: studenti, militanti, compagni di squadra che vedevano nel rugby una scuola di solidarietà e sacrificio.
La filosofia del rugby, come spiega il giornalista Ezequiel Fernandez Morse, è fondata sull’idea che il singolo non esiste senza la squadra. «Fin dai primi allenamenti ai bambini viene insegnato che la vera stella non è il singolo, ma la squadra». La mischia, otto uomini che spingono insieme, diventa metafora di una comunità che resiste unita. E il detto fondamentale – «quando passi la palla a un compagno che è già marcato, gli stai dando un morto» – rivela quanto il rugby sia un’arte dell’accompagnamento, del non lasciare mai nessuno solo. Non stupisce che molti di quei giovani, una volta catturati, abbiano scelto il silenzio per proteggere gli altri: «Alcuni hanno preferito morire piuttosto che diventare dei delatori».
La repressione colpì La Plata con ferocia: centinaia di studenti sparirono, e il messaggio era chiaro. La dittatura voleva spezzare ogni forma di organizzazione giovanile, ogni legame di solidarietà. Ma la memoria di quei ragazzi, come quella di migliaia di altri, continua a vivere grazie al lavoro dei familiari, dei giornalisti e della giustizia internazionale.
Oggi, mentre l’Argentina affronta nuove tensioni politiche e un acceso dibattito sul passato, la storia degli “angeli del rugby” ricorda che la memoria non è un esercizio rituale, ma un argine contro il ritorno dell’orrore. Quei venti giovani non sono solo vittime: sono il simbolo di un Paese che, nonostante tutto, continua a lottare per la verità, la giustizia e la dignità umana.




