Storia

Il diritto di cancellare un popolo: Israele-Palestina in 36 risposte

Lo studioso Lorenzo Kamel analizza i momenti salienti del conflitto israelo-palestinese attraverso gli eventi e le dichiarazioni dei suoi protagonisti, in un saggio storico che racconta quel martoriato fazzoletto di terra mediorientale

  • Ieri, 10:00
  • Ieri, 11:47
Lorenzo Kamel, 2024

Lorenzo Kamel, 2024

  • IMAGO / opale.photo
Di: Marco Alloni 

Lorenzo Kamel è uno studioso equilibrato, ma non equidistante. E il suo saggio Israele-Palestina in trentasei risposte (Einaudi) ne è la dimostrazione. Si può infatti, ragionando sul conflitto israelo-palestinese, essere equilibrati e riconoscere che le «malefatte» consumate dal 1948 in avanti hanno visto protagonisti tanto i sionisti quanto i loro avversari palestinesi. Ma sui due piatti della bilancia vanno comunque messi i fatti. E cercare di porre su un piano di assoluta equivalenza tali due piatti sarebbe quantomeno fuorviante.
Se non altro perché – volendo prescindere dalla persecuzione ebraica e dalla Shoah, che non sono in alcun modo responsabilità palestinese – dal tempo della fondazione dello Stato di Israele le vittime designate del conflitto sono palesemente, o se non altro maggioritariamente, palestinesi.

Israele-Palestina in trentasei risposte, Einaudi (copertina)

Israele-Palestina in trentasei risposte, Einaudi (copertina)

  • Einaudi

Kamel, dunque, lungi dal pretendersi equidistante, promuove quello che può essere definito, dati alla mano, un discorso scientifico, attraverso il quale molti degli a priori e delle petizioni ideologiche che hanno accompagnato il conflitto da ottant’anni a questa parte vengono a cadere.

Cosa, in effetti, è realmente accaduto, nei fatti e nelle dichiarazioni di chi li ha resi possibili, in questo martoriato fazzoletto di terra? Gli assi del discorso sono molteplici e affondano, se vogliamo dar credito all’automitologia ebraica, al tempo dell’«elezione» del Popolo Ebraico di circa 3500 anni prima di Cristo, quando un pastore di nome Abramo, proveniente dalla cittadina di Ur in Mesopotamia, diede corpo al «principio-diritto» della Terra Promessa.

Nel corso di questa storia millenaria tali «antefatti» convergono tutti verso un evento che intorno alla fine dell’Ottocento dà la stura al futuro conflitto israelo-palestinese: la nascita del movimento sionista a opera del suo «padre spirituale», Theodor Herzl. Evento fondativo almeno quanto lo furono, immediatamente a ridosso, la Dichiarazione Balfour del 1917 (in cui si affermava l’approvazione della Corona britannica alla formazione di un «focolaio ebraico» in Medio Oriente) e la Shoah perpetrata nel corso della Seconda guerra mondiale.

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A partire dal 1947 la storia tuttavia si complica, poiché questo antico «diritto» ebraico sulla Palestina – e l’atroce storia di antisemitismo europea e mondiale che conosciamo – chiedono «riscatto» su un territorio in cui da secoli, in assoluta pace con le minoranze ebraiche della regione, vivono popolazioni arabe estranee tanto al «mitologema» biblico della Eretz Ysrael quanto alle brame coloniali occidentali.

Risultato: ottant’anni di depredazioni che conservano la regione in uno stato di guerra permanente. Ottant’anni di guerre nelle cui trame, a partire dai movimenti di resistenza «terroristi» interni alla Palestina (ricordiamo che Hamas venne fondato solo nel 1987) per arrivare ai paesi arabi circostanti e all’Iran finanziatore del movimento sciita Hezbollah in Libano, finiscono praticamente tutti. Fino a uno stato di stallo che nel 1978 lo studioso Nahun Goldman sintetizza in un lapidario:

Perché gli arabi dovrebbero fare la pace? Se fossi un leader arabo, non scenderei a patti con Israele. È comprensibile: abbiamo preso il loro Paese. Certo, Dio ce lo ha promesso, ma a loro cosa importa? Il nostro Dio non è il loro. Noi veniamo da Israele, è vero, ma duemila anni fa, e a loro cosa importa? Ci sono stati l’antisemitismo, i nazisti, Hitler, Auschwitz, ma è stata colpa loro?

Nahun Goldman

Parole che Kamel riporta nel quadro di una tessitura estremamente complessa, ma che di fatto segnano, per bocca di un ebreo, il nucleo della questione: se possa o non possa essere ammesso come «diritto» l’esproprio di terre altrui per mano di un’etnia fondata su un’elezione solipsistica.

Questo almeno il termine che lo stesso Kamel adotta quando afferma: «La posizione sionista mira a giustificare un assunto solipsistico, quello secondo cui esistesse un diritto a sfruttare la terra senza dover prima fare i conti con la maggioranza locale». Una terra, sottolinea Kamel, che «non è mai appartenuta in modo esclusivo ad alcun popolo della storia».

L’impasse irrisolvibile è dunque alla radice. E Lorenzo Kamel analizza, passaggio per passaggio, tutto ciò che ne ha perpetrato nei decenni l’irrisolvibilità.

Un’analisi dettagliatissima, impossibile da sintetizzare. Ma che in sostanza si riassume in un «doppio processo» nel quale i numeri, se si vuole essere equilibrati senza essere equidistanti, parlano da sé: centinaia di migliaia di palesinesi sono stati sfollati dalle loro terre senza alcuna «Legge del Ritorno» che ne possa garantire il rimpatrio, mentre centinaia di migliaia di ebrei, avvalendosi della nota «Legge del Ritorno», ne hanno occupato le terre.

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E sullo sfondo un principio razziale talvolta persino esplicitato, per esempio dal futuro presidente dello Stato di Israele Chaim Weizmann, che in un dispaccio inviato a Balfour nel 1918 ebbe a scrivere: «Le autorità britanniche, essendo a conoscenza della natura infida dell’arabo...».

Non serve aggiungere altro. Dopo millenni di cosiddetta civiltà, siamo al punto di partenza: antipalestinismo e antisemitismo, che nascono dalla stessa miseria umana, stanno ancora cercando la forma d’uomo che possa vivificare il principio della convivenza pacifica tra fedi, popoli e culture.

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