I suoni delle valli

Il territorio come archivio sonoro

Un viaggio nell’Archivio storico ticinese tra suoni perduti, modernizzazione alpina e riti sonori che raccontano come ascoltare significhi anche abitare un territorio

  • Ieri, 17:00
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Bignasco: le cascate della Valle Maggia

Bignasco: le cascate della Valle Maggia

  • © Ti-Press
Di: Quotidiano/Camel 

Si trattava di fare rumore. Per secoli i suoni delle valli alpine – campanacci, raganelle, torrenti, campane – non erano semplici sfondi, ma strumenti di orientamento, segnali vitali, codici condivisi. Oggi, però, cosa resta di quel paesaggio acustico?

L’ultimo numero dell’Archivio storico ticinese invita a un ascolto diverso: non osservare il territorio, ma sentirlo, tornando a interrogare ciò che le orecchie dei nostri antenati decifravano con naturalezza.

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Il soffio della montagna

RSI Musica e territorio 16.10.2017, 19:31

Un tempo il paesaggio sonoro era un lessico quotidiano. Una cascata che “ride e si trastulla” nei periodi di magra, ma che “geme e urla” quando le acque si ingrossano diceva già tutto: pericolo o abbondanza, oppure cambiamento. Il tuono rimbombava negli anfratti, il muggito delle mandrie segnalava movimenti e bisogni, il silenzio stesso era un segno. Conoscere i suoni significava conoscere il territorio. Oggi quella competenza sensoriale si è attenuata, schiacciata da canalizzazioni, dighe, infrastrutture, automobili, sirene: una modernità che ha riscritto tanto i paesaggi visivi quanto quelli acustici.

Come spiega la storica Nelly Valsangiacomo (intervistata da Cristina Savi ne Il Quotidiano), l’immagine delle Alpi come spazio immutabile, abitato solo da uccelli e ruscelli, è un’illusione recente. Dalla seconda metà del Novecento il suono delle valli è cambiato radicalmente: migrazioni verso il piano, trasformazioni professionali, rumori di cantieri e motori hanno alterato ciò che per secoli era stato stabile. È cambiata la materia sonora, ma anche il valore che attribuiamo ai suoni: ciò che per alcuni è disturbo, per altri è musica del progresso. Il rintocco delle campane – un tempo voce identitaria dei villaggi – può oggi infastidire chi arriva dalla città o i turisti, pur rimanendo per le comunità un segno di continuità.

La modernizzazione ha infatti investito anche i campanili. Negli anni Sessanta e Settanta quasi ovunque è arrivata l’automazione: sembrava progresso, ma ha semplificato un linguaggio antico. Ogni campanile possedeva un codice complesso per comunicare lutti, incendi, feste, ricorrenze. Con i sistemi elettromeccanici questi repertori si sono ridotti, perdendo sfumature secolari. Romeo Dell’Era - ricercatore, archeologo e storico dell’Antichità - ha allora convocato sui campanili gli ultimi anziani campanari, oltre a consultare archivi e Fototeca nazionale per ricostruire un mondo scomparso: i concerti serali della Novena di Natale, il silenzio che precedeva la Pasqua, e gli strumenti sostitutivi – raganelle e battole – usati quando le campane tacevano.

Accanto ai suoni sacri, nelle valli c’è però anche il “baccano” rituale. In Bassa Mesolcina e a Lumino, alla vigilia dell’Epifania, risuonava la Cagorda: una prassi rumorosa ancora in parte in uso che apriva il Carnevale. Una gara - spiega Elvino Tamò, volontario al Museo del Moesano - nella quale i giovani recuperavano dai contadini dei campanacci, solo chi otteneva quello più grande guidava poi la fiumana che attraversava vicoli e corti, in cambio di dolcetti o piccole offerte. Un rito collettivo che rompeva la quiete invernale e ribadiva, attraverso il rumore, l’appartenenza alla comunità. Tradizioni simili - afferma l’antropologo e ricercatore Stefano Boumya - vivono nei Grigioni con il Chalandamarz e in alcune località ticinesi con il Bandii Genée, antiche “cacciate del freddo” per celebrare il ritorno della luce.

Come il suono delle campane, anche questi rituali sopravvivono a intermittenza: non più strumenti di vita agricola, ma frammenti di memoria, forse di nostalgia. Eppure rivelano ancora qualcosa di essenziale: un territorio non si capisce solo guardandolo, ma anche ascoltandolo. Il suono, più di ogni altro segno, trattiene infatti a lungo ciò che la modernità tende a disperdere: il ritmo della comunità, il respiro delle stagioni, il legame con una storia condivisa.

E forse allora, è proprio nell’atto di tornare ad ascoltare che possiamo riconnetterci a un passato che non è perduto, ma solo messo in sordina. Perché i suoni, come certe memorie, non scompaiono mai davvero. Aspettano solo delle orecchie disposte a sentirli, e ad ascoltarli, nuovamente.

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I suoni dei paesaggi

Il Quotidiano 02.03.2026, 19:00

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