Storia

L’omoerotismo bandito

Quando la modernità coloniale ha imposto la sua grammatica binaria, il mondo islamico ha smarrito uno dei suoi linguaggi più profondi: l’amore tra uomini come forma di conoscenza e accesso al divino

  • Oggi, 17:00
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Di: Mat Cavadini 

L’omoerotismo che attraversa la tradizione islamica non è un dettaglio marginale: è il suo punto cieco, la fenditura da cui si vede ciò che la modernità ha tentato di cancellare. Per secoli, la poesia persiana, araba e turca ha fatto dell’amore tra uomini un varco verso il divino. Non era provocazione, né trasgressione: era un modo di guardare il mondo. Rūmī, Hafez, Saadi, Abû Nuwās non descrivevano un desiderio proibito, ma una forma di splendore. L’amato maschile era il corpo attraverso cui la bellezza si rendeva visibile, l’immagine che permetteva all’anima di incendiarsi.

Il sufismo ha portato questa logica all’estremo. Il rapporto tra maestro e discepolo era un teatro di prossimità, un luogo in cui l’abbandono dell’ego prendeva la forma di un amore che non distingueva più tra eros e ascesi. La letteratura lo sapeva bene: la lingua persiana, con i suoi pronomi ambigui, lasciava che l’amato fosse uomo o donna senza che questo cambiasse la natura del desiderio. L’importante non era il genere, ma l’intensità dello sguardo. Il corpo maschile diventava così il veicolo privilegiato della rivelazione, la superficie su cui il divino si lasciava intravedere.

Poi, all’improvviso, il silenzio. Tra XIX e XX secolo, l’arrivo delle potenze europee porta con sé un nuovo ordine morale: la rispettabilità vittoriana, l’eterosessualità come norma, la patologizzazione del desiderio. Le società islamiche interiorizzano questa frattura con una rapidità sorprendente. Ciò che per mille anni era stato un linguaggio della bellezza diventa un imbarazzo da nascondere. I modernizzatori nazionalisti riscrivono la tradizione, censurano i versi, purgano i testi. L’omoerotismo viene ridotto a devianza, infantilizzato, ridicolizzato. La poesia che aveva insegnato a generazioni di lettori a vedere il divino nel volto di un giovane uomo viene ricoperta da un pudore importato, estraneo, rigido.

La cancellazione non è solo morale: è epistemica. Si perde la capacità di pensare il desiderio come forma di conoscenza, di immaginare la spiritualità come relazione incarnata, di accettare che la bellezza possa essere un rischio e non una colpa. La modernità coloniale introduce una grammatica binaria che non lascia spazio alle sfumature: o peccato o purezza, o norma o devianza. Tutto ciò che non rientra in questa dicotomia viene espulso dalla memoria.

Eppure, sotto la superficie, qualcosa resiste. Nei versi di Rûmî che parlano di Shams come di un sole che brucia la pelle; nelle miniature che mostrano giovani uomini con volti di luce; nelle storie dei santi sufi che si cercano, si perdono, si ritrovano. È una memoria ostinata, che non chiede di essere celebrata ma riconosciuta. Non per nostalgia, ma per restituire complessità a un passato che non era più libero del presente, ma certamente meno mutilato.

Forse il cuore del discorso è questo: l’omoerotismo islamico non è un capitolo rimosso, è una domanda ancora aperta. Chiede cosa accade quando una cultura perde uno dei suoi linguaggi fondamentali del desiderio. Chiede cosa resta della spiritualità quando il corpo viene espulso dal sacro. Chiede se sia possibile, oggi, tornare a guardare la luna nel cielo invece che nel riflesso opaco imposto dalla modernità.

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L’omosessualità nel mondo musulmano

Laser 22.02.2013, 01:00

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