In occasione dell’arrivo su Play RSI e RSI LA1 della serie crime La linea della palma, ispirata all’ipotesi di una pista svizzera per il furto della Natività di Caravaggio, ospitiamo il primo di una serie di approfondimenti sulla vicenda reale e sulla fiction.
C’è un’immagine che ritorna immancabile quando si parla della Natività con i santi Lorenzo e Francesco d’Assisi di Caravaggio, rubata a Palermo nel 1969: una parete vuota.
Non è nostalgia, ma segno e ferita insieme, che interrogano lo Stato, la storia dell’arte e la memoria civile. Nella notte tra il 17 e il 18 ottobre, quel capolavoro - l’unico dipinto durante l’incerto soggiorno del pittore a Palermo - fu tagliato dal telaio, arrotolato e portato via dall’Oratorio di San Lorenzo. Un crimine ad oggi ancora irrisolto, privo di colpevoli certi e di un destino definito.

L’Oratorio della Compagnia di San Lorenzo, a Palermo, con la cornice del Caravaggio trafugato.
Anche lo scrittore e intellettuale siciliano Leonardo Sciascia (1921-1989) dedicò a questa vicenda il suo ultimo racconto, Una storia semplice, pubblicato postumo nel 1989 e trasposto in pellicola nel 1991 da Emidio Greco. Pur intrecciando una trama molto complessa, in cui la soluzione ufficiale lascia solo intuire i responsabili, il titolo si adatta sorprendentemente bene alla realtà storica: al di là delle ricostruzioni fantasiose, il furto rimane anche la semplice storia di un capolavoro sottratto da ladri modesti, poi gestito con la violenza e il potere che solo la mafia può esercitare sul proprio territorio.
Il trafugamento diede immediatamente avvio alla cosiddetta “Pratica 799”, destinata in breve tempo a trasformarsi in un fascicolo corposo. Si trattava, in origine, del semplice numero protocollare attribuito all’incartamento ufficiale dell’indagine, ma finì per assumere un valore ben più ampio: gli investigatori prima, e poi giornalisti e storici dell’arte, lo utilizzarono a più riprese come una sorta di etichetta univoca, tanto da farlo diventare quasi il titolo stesso di quel caso. Ma più il fascicolo diventava nutrito, meno ci si avvicinava a identificare gli autori del furto.
A cinquant’anni di distanza, la ricostruzione più solida è contenuta nella Relazione Doc. XXIII, n.44 (2018) della Commissione Parlamentare Antimafia italiana, che ha analizzato decenni di dichiarazioni di collaboratori di giustizia. Un documento che evidenzia quanto fosse complicato penetrare il contesto del furto: la pervasività di Cosa Nostra rese le indagini iniziali fragili, frammentarie e incapaci di produrre risultati concreti. Solo verso la fine degli anni Novanta si avviò un’indagine organica e massiccia, coordinata dalla Procura della Repubblica presso la Pretura di Palermo, con audizioni sistematiche di collaboratori di giustizia e “uomini d’onore” già detenuti, che permise finalmente di delineare le linee generali del contesto e di confermare il coinvolgimento mafioso nella gestione della tela.
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Le testimonianze raccolte indicano che il quadro non lasciò immediatamente la Sicilia: inizialmente rimase nell’isola, muovendosi lungo le traiettorie dettate dal controllo delle famiglie mafiose, per poi transitare probabilmente in Svizzera verso un misterioso anziano mercante, sfruttando canali consolidati nel traffico internazionale. Tuttavia, nonostante la ricchezza di dettagli, nessuna prova materiale è mai emersa a conferma definitiva di una singola versione dei fatti, e il destino della Natività rimane avvolto in un’ombra dove la coerenza apparente dei racconti si confronta con l’assenza di riscontri tangibili.
Le versioni dei collaboratori divergono infatti sul destino finale del dipinto e sulla cronologia dei passaggi: Gaetano Grado, pur ritenuto il più attendibile, presenta lacune temporali; Francesco Marino Mannoia oscilla tra distruzione e passaggi mafiosi; altri, come Gaspare Spatuzza, evocano deterioramenti, tentativi di vendita e transiti multipli. Tutti percorsi possibili, ma mai appurati in modo risolutivo.
Il Caravaggio rubato
Laser 24.06.2020, 09:00
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Per mettere ordine al groviglio, la relazione ipotizza dunque tre rotte: una interna, tra Palermo e altre aree siciliane controllate da Cosa Nostra; una estera, verso la Svizzera; e perfino una distruttiva, che contempla bruciature o incuria. La Commissione ha dunque indicato la strada da seguire: estrazione e confronto dei verbali dei collaboratori, verifica con i fascicoli della Procura di Palermo e consultazione degli archivi doganali europei; tutti gli atti sono poi stati trasmessi alla Procura competente, affinché le ricerche continuino con sostegno istituzionale e cooperazione internazionale, «[…] per arrivare auspicabilmente un giorno a ritrovarla e restituirla, finalmente, alla Chiesa e alla Città di Palermo, alla Nazione italiana e all’intero mondo della cultura» (ancora il Doc. XXIII, n.44, 2018, p. 24).
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Allo stato attuale, tuttavia, non esistono fonti giudiziarie o mediatiche pubbliche che confermino una vera e propria riapertura operativa dell’indagine, almeno non in forma trasparente e verificabile, e gli aggiornamenti sono soprattutto di natura commemorativa, culturale, o di richiamo al caso a livello sociale.
Il trafugamento de La Natività di Michelangelo Merisi da Caravaggio resta dunque, anche a distanza di 56 anni, uno dei più grandi misteri del patrimonio artistico mondiale.
E, forse, è proprio questo il cuore e il senso di quella parete vuota, non solo come assenza, ma soprattutto come promemoria.
Ricorda che la storia non si ricostruisce con le impressioni, ma con le prove. E che l’opera di Caravaggio - ovunque sia stata portata e comunque sia finita - continua a chiedere rigore, pazienza e soprattutto la volontà di non lasciare che diventi un caso definitivamente senza risposta.




