caccia alle streghe

Processi e torture: le donne dannate delle Alpi

Tra il 1631 e il 1753, la Val Poschiavo fu teatro di 130 processi per stregoneria: donne e uomini torturati per malefici e patti col diavolo

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La stregoneria nelle alpi. Streghe e stregoni (2./5)

Alphaville: i dossier 27.01.2026, 11:30

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  • Francesca Rodesino
Di: Alphaville/Camel 

Tra ruscelli, fienili e pendii alpini, lontano dai centri del potere, la paura divenne comunque legge. Accuse, torture e condanne sommari trasformarono donne e uomini in vittime sacrificali di un giudizio collettivo: la comunità, attraversata da crisi e timori, indicava i suoi colpevoli – spesso donne – e li consegnava alla tortura e alla morte.

Tra il XIV e il XVIII secolo, l’Europa fu attraversata da un’ondata di persecuzioni per stregoneria che portò alla morte di decine di migliaia di persone. Le donne furono le principali vittime, accusate di essere streghe, alleate del diavolo, responsabili di malefici, malattie, carestie e disordini sociali. Gli storici interpretano questo fenomeno come il frutto di un intreccio complesso tra religione, paure collettive, tensioni sociali e meccanismi di controllo morale e di genere.

La Svizzera occupa in questo contesto una posizione peculiare e particolarmente oscura. Le sue valli, in proporzione alla popolazione, furono tra le più duramente colpite, e le persecuzioni vi durarono più a lungo che altrove. Emblematico è il caso di Anna Göldi, decapitata a Glarona nel 1782, considerata l’ultima donna giustiziata in Europa per stregoneria. La violenza dei processi si spiegava anche con il ruolo centrale dei tribunali laici, convinti quanto la popolazione della realtà dell’azione demoniaca.

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Anna Göldi

RSI ANNA - Swiss Riot Girls! 20.10.2021, 02:00

  • Foto originale: in collaborazione con Casa Museo Luigi Rossi

Un caso di studio significativo è la Val Poschiavo, oggetto delle ricerche della storica Cristina Giulia Codega (intervenuta in Alphaville). Tra il 1631 e il 1753, vi si contano almeno 130 procedimenti conservati, e come osserva la studiosa, «[…] chiunque poteva incorrere in un processo per stregoneria: donne e uomini di ogni età, fanciulle e fanciulli, persone integrate nella comunità e anche abbienti. La paura del demonio, percepito come una presenza reale che agiva attraverso le streghe, fu il motore di una persecuzione cruenta […].» Accanto alla netta prevalenza femminile, emergono ventun uomini imputati, spesso legati da vincoli familiari a donne già processate, secondo l’idea dell’epoca che l’arte della stregoneria fosse ereditaria.

L’accusa iniziale riguardava quasi sempre il maleficio: danni a persone, animali o raccolti. Solo in un secondo momento, sotto interrogatori insistenti e frequentemente sotto tortura, comparivano confessioni di patti diabolici, rinnegamento della fede cristiana e partecipazione a presunte riunioni diaboliche, denominate nelle fonti locali barilotti o bellotti. La centralità della confessione, spesso estorta, riflette un sistema giudiziario più interessato alla punizione che all’accertamento dei fatti.

Le specificità geografiche e istituzionali della Val Poschiavo contribuirono per altro a rendere particolarmente feroce la persecuzione. Una valle periferica e di confine, soggetta a una complessa sovrapposizione di poteri tra il vescovo di Como (spirituale) e quello di Coira (politico), che godeva di un’ampia autonomia giudiziaria. La gestione dei processi da parte di giudici laici favorì un’applicazione estesa della tortura e un uso sistematico delle condanne capitali, accompagnate dalla confisca dei beni degli imputati.

Le streghe di Poschiavo.

Le streghe di Poschiavo.

Alla luce delle fonti, la caccia alle streghe nelle Alpi emerge dunque come un potente dispositivo di controllo sociale, morale e di genere. La “strega” – nota Codega – diventava il capro espiatorio su cui proiettare le paure di comunità fragili, attraversate da crisi economiche, insicurezze religiose e conflitti interni.

E la storia delle donne e degli uomini dannati della Val Poschiavo si inscrive nella tragedia europea della persecuzione per stregoneria, rivelando con chiarezza il nesso tra paura, potere e violenza istituzionalizzata. Tra le montagne alpine, riecheggia ancora oggi un monito: la paura e il sospetto, quando legittimati dal potere, possono trasformarsi in strumenti di oppressione e distruzione; e la memoria di chi fu sacrificato ci invita a vigilare sulle ingiustizie, a proteggere i diritti dei più deboli e a coltivare una società che riconosca l’umanità prima della superstizione.

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