C’è qualcosa di profondamente patetico nel modo in cui difendiamo i confini: li trattiamo come montagne, ma sono nati come linee di matita. Per millenni l’umanità ha vissuto in spazi sfumati, frontiere porose dove le identità si mescolavano come colori ad acquerello. Poi, in un paio di secoli, abbiamo deciso che il mondo dovesse essere diviso in caselle nette, come un quaderno a quadretti. E da allora ci comportiamo come se quelle linee fossero sempre state lì, scolpite nella geografia e nella nostra biologia.
Il confine moderno è un’invenzione recente, figlia della cartografia militare e dello Stato-nazione ottocentesco. Prima, le mappe erano racconti, non contratti. Le frontiere erano zone di scambio, non muri. Ma la modernità ha avuto bisogno di ordine, di controllo, di un modo per dire “questo è mio”. Così sono nate le linee dritte che attraversano deserti, fiumi, popoli. Linee che nessuno aveva mai visto prima, ma che da un giorno all’altro hanno deciso il destino di milioni di persone.
Il caso più emblematico resta l’Africa coloniale: confini tracciati da funzionari europei che non conoscevano né i territori né le culture che stavano sezionando. Eppure oggi quelle linee sono diventate “naturali”, come se fossero sempre state lì. È il potere della mappa: non descrive il mondo, lo crea. E noi, ci adeguiamo.

La sacralizzazione del confine è un fenomeno ancora più recente. In un’epoca in cui tutto si muove — merci, capitali, informazioni — il confine è diventato un feticcio identitario. Lo difendiamo con la stessa intensità con cui difendiamo le nostre paure. Perché è questo, in fondo, che i confini proteggono: non territori, ma ansie. L’idea che senza una linea a separarci dagli altri potremmo non sapere più chi siamo. E non avere un nemico da screditare.
Eppure la storia ci ricorda che i confini cambiano continuamente. L’Europa è un puzzle che si è ricomposto centinaia di volte. Le identità che oggi consideriamo “autoctone” sono spesso arrivate ieri; quelle che consideriamo “straniere” sono spesso parte della storia locale da secoli. Difendere un confine come se fosse eterno significa difendere un’illusione.
Forse la vera provocazione è questa: non è normale che i confini restino fermi. È normale che si muovano. È normale che le società si mescolino, che le culture si contaminino, che le mappe vengano ridisegnate. È la storia che lo dice, non un’utopia globalista.
Il futuro, paradossalmente, potrebbe assomigliare più al passato che al presente: un mondo di spazi fluidi, di identità multiple, di confini che contano meno. Non perché scompaiano, ma perché smettono di essere totem. La domanda vera è se siamo pronti a immaginare un mondo così, o se preferiamo continuare a difendere linee che non esistono, solo perché ci fanno sentire al sicuro.
Il confine più pazzo del mondo
La storia infinita 20.10.2025, 20:45



