Ricostruire l’alimentazione delle popolazioni preistoriche è un lavoro complesso, soprattutto quando si risale a periodi precedenti alla scrittura. Gli studi scientifici sempre più avanzati però ci permettono di scoprire con maggiore precisione i piatti che consumavano i nostri antenati migliaia di anni fa. Se ne è parlato nella puntata radiofonica CQFD di RTS con l’ingegnere agronomo e sociologo dell’alimentazione Eric Birlouez e l’archeologa Lucy Cramp.
Le grandi svolte dell’alimentazione umana: fuoco e agricoltura
Gli studi sull’evoluzione della dieta indicano che i primi esseri umani, circa due milioni di anni fa, erano onnivori. «Questa flessibilità alimentare ha probabilmente permesso loro di diffondersi sulla superficie del globo» spiega Birlouez ai microfoni di RTS. Con lo sviluppo della caccia collettiva, il consumo di carne aumentò, in particolare durante le ere glaciali.
Nella trasmissione viene spiegato che due momenti segnarono una svolta decisiva: il primo fu l’addomesticamento del fuoco, che risale ad almeno 400’000 anni fa. La seconda rivoluzione fu invece l’agricoltura, iniziata circa 12’000 anni fa. Con il Neolitico, sottolinea Birlouez, «si iniziarono a coltivare cereali e legumi secchi che prima non venivano quasi mai consumati», le piante crescevano facilmente e fornivano calorie.
Una dieta che porta a cambiamenti fisici
L’agricoltura garantì un approvvigionamento più stabile, ma non senza conseguenze. «Sappiamo che l’altezza media degli agricoltori del Neolitico […] era inferiore di quindici centimetri rispetto a quella dei cacciatori-raccoglitori», osserva l’esperto, citando anche «carie dentarie legate al consumo di cereali» e problemi di demineralizzazione ossea.
Come si ricostruisce una dieta preistorica?
Per capire cosa mangiassero i nostri antenati, gli archeologi utilizzano una vasta gamma di strumenti. Negli scavi archeologici vengono esaminate ossa animali, semi carbonizzati, fino ai granelli di polline. Vengono anche studiati i denti, le mascelle e le ossa. Le analisi chimiche e genetiche hanno aperto nuove possibilità: un esempio sono i risultati ottenuti dalle analisi del DNA del tartaro depositato sui denti.
I residui nascosti nelle ceramiche
Uno studio citato nella trasmissione si basa sull’analisi dei residui organici conservati nelle ceramiche neolitiche. Come spiega l’archeologa Lucy Cramb dell’Università di Bristol, i recipienti in ceramica non vetrificata assorbono durante la cottura molecole organiche, soprattutto grassi, che possono conservarsi per millenni.
Cereali e altri vegetali sono sempre stati difficili da individuare perché poveri di grassi. Ma dei frammenti provenienti dai crannog, piccole isole artificiali costruite nei laghi scozzesi, hanno permesso una svolta. L’ambiente saturo d’acqua, infatti, ha favorito la conservazione delle tracce dei cereali, rendendo questi reperti particolarmente adatti allo studio.
Il porridge dei nostri antenati
I risultati hanno mostrato uno schema ricorrente: «troviamo un’associazione molto forte tra la traccia dei cereali cotti in un particolare tipo di recipiente e i grassi provenienti dai latticini». Questo suggerisce che gli alimenti venissero preparati insieme, anche se «è difficile essere sicuri che le tracce che raccogliamo siano il risultato di alimenti cotti insieme o separatamente».
Secondo i ricercatori, il piatto potrebbe essere stato simile a un semolino o un porridge che si mangia ancora oggi. Le analisi indicano che il cereale utilizzato fosse probabilmente grano di varietà antiche.
Lo studio non permette di stabilire se il piatto fosse dolce o salato. In trasmissione viene ricordato che «il sale era già sfruttato nel Neolitico», anche se non ovunque, e che erano utilizzate «spezie, erbe aromatiche locali e piante con proprietà medicinali». Lo zucchero era sconosciuto, ma «il sapore dolce era molto ricercato» e poteva provenire da «miele selvatico, frutta, bacche o alcune radici».
Imparare dalla preistoria
Il giardino di Albert 07.02.2026, 18:00
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