(Tipress)

La castagna: regina d’autunno?

Breve rassegna di detti popolari della Svizzera italiana legati alla castagna

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In un’ipotetica gara fra i frutti autunnali, sicuramente la castagna guadagnerebbe un posto sul podio, probabilmente in concorrenza con la zucca e l’uva. Non so se oggi arriverebbe sul gradino più alto, ma sicuramente in passato questo predominio è stato a lungo suo.
Pur tralasciando l’importanza del suo legno – utilizzato nelle costruzioni, per fare pali come sostegni per le viti, per il riscaldamento, per la produzione di tannino – ad assicurarle il primato basterebbe il suo enorme contributo in ambito alimentare, dove ha costituito una risorsa spesso essenziale in particolare per i ceti meno abbienti della nostra gente. Non per nulla si usava dire che che la castégne l’è l pan di pòuri (Preonzo), la castégna l’è la carna di puaritt, confermano nel Mendrisiotto.
In altre località ci si spingeva oltre, arricchendone il potenziale nutritivo: “la castégna la gh’a l pan e l furmacc, la castagna ha il pane e il formaggio (Brusio): è molto nutriente; ra chiestégna la gh’a int saa, bütér e zücro, la castagna ha dentro sale, burro e zucchero: è un cibo completo (Biasca).

Ma se è vero che questo nostro frutto si è rivelato provvidenziale in tanti periodi di carenza alimentare se non addirittura di carestia, ci si deve arrendere all’evidenza che da solo non basta per una dieta corretta e completa: past da castégn, past da légn, un pasto costituito di sole castagne è un pasto di legno, senza valore nutritivo, sentenziano a Viganello. Gli fa eco un’analoga costatazione di Grancia, dove si dichiara che ra castégna ra végn dru légn, ma ra da nissün sustégn, la castagna proviene dal legno ma non dà nessun sostegno. Il giudizio è lapidario: i castégn i tégn mía past, da sole le castagne non costituiscono un vero pranzo.

Insomma, pur con mille pregi, le castagne non riescono a garantire un’alimentazione sufficiente. E per di più possono avere anche effetti non necessariamente graditi, fatto e nomea condivisi con i fagioli: i castégn e i fasöö i carga al rciòpp, le castagne e i fagioli caricano il fucile, massima raccolta a Rovio, che è ribadita da un’altra che riguarda più direttamente una parte del corpo, che la discrezione impone di non nominare. Si sappia soltanto che questa parte al témp di castégn nu l gh’a ritégn, nel periodo delle castagne non sa trattenersi.

L’importanza e la diffusione del nostro frutto nell’economia di un tempo trovano conferma anche nel fatto che esso compare in molte espressioni che esulano dal contesto nutritivo, assurgendo a metro di paragone per giudizi e sentenze: quand che er chestégna l’è marüda la cròda, quando la castagna è matura, cade: quando una cosa deve succedere, succede, gli eventi sono ineluttabili (Sonogno), ra bestéma la fa dara castégna, la trómba giú a pè dra pianta, la bestemmia fa come la castagna, casca al piede della pianta: si ritorce contro chi la pronuncia (Sonvico), er castégna quan l’è tröpp scunfia la schiòpa, la castegna quando è troppo gonfia scoppia: il troppo storpia (Brione s. Minusio).

Talvolta ci si spinge addirittura a massime palesemente scorrette e di chiara matrice maschilista, come purtroppo non era raro nella morale di una volta; è il caso di questa dell’Onsernone, con la veste fonetica che però tradisce una sua provenienza da altri luoghi, verosimilmente dal vicino Piemonte: i féman i è cumè i castágn, béi da fòra e da dént mangágn, le donne sono come le castagne, belle di fuori e dentro magagne.

Ma non pare giusto chiudere così questa breve rassegna di espressioni legate alla castagna, è molto meglio affidarne la conclusione a una regola che invita al dialogo e alla comprensione. Ci viene in aiuto la saggezza bregagliotta: ma tü nu sa quant ca dificil séa truvèr castégna ca nun agian géa, ma tu non sai quanto difficile sia trovare castagne che non abbiano la pellicola, è molto raro trovare persone che non abbiano difetti o imbattersi in situazioni che non presentino neppure il benché minimo problema. È un opportuno invito alla tolleranza e all’aperturea, doti quanto mai necessarie al giorno d’oggi e di cui troppo sovente si sente la mancanza.   

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Franco Lurà
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