Curiosità e trend

Prima dello “street food” c’era il cibo di strada

Dai thermopolia romani ai food truck: il lungo viaggio di una tradizione nata dalla città e dal popolo

  • 2 ore fa
Venditore di spaghetti a Napoli nei primi del Novecento.

Venditore di spaghetti a Napoli nei primi del Novecento.

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Di: Alice Tognacci 

Basta pronunciare le parole street food perché si accenda immediatamente un immaginario preciso: file davanti ai food truck, profumi che invadono piazze e lungolaghi, specialità da addentare al volo e festival che segnano l’arrivo della bella stagione. Eppure, fermarsi a questa dimensione contemporanea sarebbe riduttivo. Perché lo street food non nasce con i festival, né con gli hamburger gourmet, e tantomeno con i nomi anglosassoni che oggi ne dominano il racconto. Il mangiare di strada ha una storia molto più lunga che lo lega, fin dalle origini, alla vita concreta delle città e delle classi popolari.

Prima di essere tendenza, è stato necessità

Prima di diventare una moda, il cibo di strada è stato soprattutto una necessità. Nasce insieme alla città, nei luoghi del passaggio e del lavoro, dove le persone trascorrono molte ore fuori casa e hanno bisogno di un cibo già pronto, sostanzioso e accessibile.

Alle sue origini, quindi, il cibo di strada non ha nulla di ricreativo: non è pensato come esperienza, ma come risposta pratica a un bisogno quotidiano. Ed è proprio per questo che, nel corso dei secoli, il mangiare di strada è diventato anche uno straordinario indicatore sociale, capace di raccontare la vita materiale delle persone, le loro abitudini e le risorse di cui disponevano.

Ma c’è di più. Perché proprio a partire da questi bisogni essenziali, ogni luogo ha elaborato il proprio cibo di strada, trasformandolo in una forma di identità. Ogni territorio ha il suo mangiare da passeggio, un repertorio di sapori e gesti che cambiano ingredienti e forme, diventando una delle forme più vive della memoria collettiva.

A questo proposito, Antonio Tubelli, cuoco e studioso della gastronomia napoletana, invita a non confondere il tradizionale “mangiare di strada” con lo “street food” contemporaneo. Per Tubelli, il primo è una pratica profondamente legata a un territorio, ai suoi usi, ai suoi ingredienti e al suo modo di vivere; il secondo è spesso una formula più generica e modaiola, capace di trasformare in “street food” quasi qualunque preparazione da consumare in movimento. La differenza non è secondaria: nel mangiare di strada conta non solo il fatto di mangiare fuori casa o con le mani, ma il legame autentico fra un cibo e la cultura popolare che lo ha prodotto.

Le origini antiche del mangiare di strada

Le tracce più lontane del cibo cucinato e venduto per strada risalgono agli albori della civiltà urbana.
Nell’antico Egitto, ad esempio, si diffuse l’usanza di friggere il pesce e venderlo nelle zone di passaggio, soprattutto nei pressi del porto di Alessandria.
Anche il mondo greco conosce bene il mangiare di strada. Le strade di Atene erano animate da venditori ambulanti che offrivano zuppe o minestre di ceci e fave, piatti semplici ma nutrienti, pensati per una popolazione urbana in continuo movimento. Non si trattava di eccezioni o di curiosità marginali: era parte integrante del paesaggio alimentare della città.
Dal mondo greco questa abitudine passa a quello romano, dove si struttura in forme ancora più riconoscibili. I più celebri sono i thermopolia, piccoli punti di ristoro affacciati direttamente sulla strada che vendevano principalmente minestre a base di legumi.

Negli scavi di Pompei ed Ercolano si possono osservare ancora oggi i resti dei thermopolia: banconi in muratura con grandi contenitori incassati, nei quali venivano conservati cibi cotti e bevande.

Un thermopolium all’interno del sito archeologico di Pompei, vicino a Napoli, in Italia. Questo "locale" di ristorazione veloce è stato scoperto a Pompei e riportato alla luce, contribuendo a rivelare alcuni dei piatti preferiti dagli abitanti dell’antica città romana, che amavano mangiare fuori casa.

Un thermopolium all’interno del sito archeologico di Pompei, vicino a Napoli, in Italia. Questo "locale" di ristorazione veloce è stato scoperto a Pompei e riportato alla luce, contribuendo a rivelare alcuni dei piatti preferiti dagli abitanti dell’antica città romana, che amavano mangiare fuori casa.

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La loro diffusione non è un dettaglio secondario perché dice molto del funzionamento della società romana: le classi urbane meno abbienti vivevano spesso in abitazioni sprovviste di cucina; mangiare fuori, quindi, non era un’eccezione ma una pratica quotidiana.

Nel corso della storia il cibo di strada si è legato agli appetiti e alle necessità del ceto popolare.

Quando i maccheroni si mangiavano con le mani

Tra Sei e Settecento, nella Napoli affollata e popolare, la pasta conquista un posto centrale nell’alimentazione quotidiana. L’aumento della popolazione e le difficoltà economiche fanno dei maccheroni un alimento ideale: saziante, relativamente poco costoso, capace di nutrire grandi masse urbane. Servita nel modo più usuale del tempo, e cioè con una bella quantità di formaggio, la pasta diventa uno dei pilastri della dieta popolare partenopea.

Gli spaghetti al pomodoro si fanno attendere

È importante ricordare che la pasta al pomodoro appartiene a una fase successiva: bisogna aspettare i primi decenni dell’Ottocento perché il pomodoro, arrivato dalle Americhe, entri stabilmente in questo orizzonte gastronomico e trasformi per sempre l’immagine del piatto di spaghetti.

Nel XVIII secolo i napoletani si guadagnano il soprannome di “mangiamaccheroni”, epiteto prima riservato ai siciliani. Le cronache del tempo raccontano maccheroni venduti ovunque e a poco prezzo. Goethe, in visita a Napoli, li descrive come un cibo diffusissimo, economico e popolare: “maccheroni di ogni specie (…) si trovano ovunque e a prezzo mite. Vengono cotti nell’acqua e il formaggio grattugiato serve sia come grasso che come condimento”.

mangiamaccheroni, Napoli, mangiari di strada
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Le immagini tramandate dall’iconografia mostrano scugnizzi e passanti che li mangiano direttamente con le mani, spesso con il capo rovesciato all’indietro per far scivolare la pasta in bocca.

È una scena che oggi può sembrare quasi caricaturale, e che il cinema ha contribuito a fissare nell’immaginario collettivo — basta pensare alla celebre sequenza di Totò in Miseria e nobiltà. Ma dietro quell’immagine c’è un dato storico prezioso: la conferma che un alimento centrale della nostra cultura gastronomica è stato, per lungo tempo, anche un cibo di strada. E che proprio nella strada ha trovato una parte importante della sua forza simbolica.

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08:14

I Mangiamaccheroni: il cibo di strada napoletano

Cuochi d'artificio 28.02.2013, 12:31

Non solo hamburger: ogni luogo ha il suo mangiare di strada

Oggi, quando si parla di street food, il pensiero corre facilmente al modello americano: hot dog, hamburger, pulled pork, preparazioni dal nome anglosassone. Ma questa visione è troppo stretta per raccontare davvero il fenomeno. Il cibo di strada non coincide con un solo modello culturale: è un linguaggio universale, che ogni territorio ha declinato secondo i propri ingredienti, i propri ritmi e la propria storia.

Anche la tradizione svizzera, per esempio, conosce forme di cibo da passeggio pienamente riconoscibili, come i bretzel o le bratwurst. E basta spostarsi nella vicina Italia per aprire un repertorio quasi infinito. In Toscana c’è il lampredotto, a Palermo il pani câ meusa, in Sicilia le arancine o gli arancini a seconda della zona in cui si consumano, a Napoli i cartocci di fritti e la pizza piegata da mangiare camminando, in Romagna la piadina, in Liguria la farinata o la focaccia di Recco, nelle Marche le olive all’ascolana, in Puglia le bombette, a Venezia il mondo delle ombre e cicchetti: degli assaggi consumati in piedi, bicchiere di vino alla mano.

E l’elenco potrebbe continuare senza fatica, perché in fondo lo street food è proprio questo: la manifestazione concreta di una cultura locale nello spazio pubblico. Vale per gli ambulanti britannici che vendevano fish and chips nell’Ottocento - come cita Charles Dickens nel suo Oliver Twist - per le pie inglesi (torte salate), per il vastissimo universo del cibo di strada del Sud-est asiatico, del Giappone, del Nord Europa, delle Americhe. Ogni luogo ha il suo cibo di strada, letteralmente.

Il ritorno contemporaneo del cibo di strada

Nel Novecento, i cambiamenti sociali e il miglioramento delle condizioni abitative hanno progressivamente allontanato molte persone dalla dimensione quotidiana del mangiare in strada.

Negli ultimi anni, però, lo street food è tornato con forza, anche se in una veste nuova. È diventato un fenomeno gastronomico, culturale e persino estetico. Da una parte si riscoprono ricette della tradizione; dall’altra si reinventano preparazioni popolari in chiave contemporanea, si lavora con prodotti locali, si incrociano culture diverse, si costruiscono proposte fusion. In questo senso il food truck è il simbolo perfetto di questa nuova stagione: mobile, visibile, conviviale, capace di riportare il cibo nello spazio pubblico e di trasformarlo in esperienza collettiva.

Swiss Street Food Awards a Giubiasco

Dal 17 al 19 aprile 2026, al Mercato Coperto di Giubiasco, si tiene Best of Ticino, la tappa ticinese degli Swiss Street Food Awards. Il concorso, giunto alla sua quinta edizione, premia il miglior venditore di street food del Paese. Quella di Bellinzona è una prefinale regionale che seleziona tre operatori destinati al Grande Finale Nazionale di Basilea (29-31 maggio). Il vincitore assoluto, poi, rappresenterà la Svizzera alla finale europea degli European Street Food Awards.

Nel 2025, per la prima volta, il titolo di miglior street food d’Europa è andato a una realtà svizzera: Jaybees, con una proposta 100% vegetale.

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12:10

Swiss Food Award

RSI Food 13.04.2026, 09:10

  • RSI
  • Casa Svizzera - Alice Pedrazzini e Fabrizio Casati
Fonti:

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