Un recente studio svedese suggerisce che un consumo regolare di formaggio ricco di grassi sarebbe associato a un rischio leggermente ridotto di demenza. L’informazione ha circolato ampiamente, soprattutto dopo la ripresa da parte del New York Times. Ma quanto vale davvero questo risultato? E soprattutto, bisogna trarne consigli per la nostra alimentazione?
Un articolo di Hélène Joaquim di RTS ha verificato questa ricerca, esaminandone i dati, la metodologia e i limiti.
Il groviera fa bene al cervello? Vero o falso
In Svizzera il formaggio è più di un alimento, è un’istituzione. Con oltre 200’000 tonnellate prodotte ogni anno e un consumo medio di 23 chili a persona, il tema appassiona. Quindi quando uno studio scientifico suggerisce che il formaggio grasso potrebbe ridurre il rischio di demenza, l’informazione non passa inosservata.
Tutto parte da un ampio studio svedese, pubblicato a fine 2025 sulla prestigiosa rivista Neurology e rilanciato dal New York Times.
I ricercatori hanno seguito quasi 28’000 persone per circa 25 anni. La loro constatazione: gli individui che consumavano più formaggio ricco di grassi presentavano un rischio di demenza inferiore del 13% rispetto a coloro che ne consumavano meno.
A prima vista la promessa è allettante, ma come spesso accade in nutrizione, la realtà è più complessa.
Cosa dice lo studio
Gli scienziati hanno seguito 27’670 persone di età compresa tra 45 e 73 anni, provenienti dalla coorte (gruppo di studio) Malmö Diet and Cancer, per quasi 25 anni. Durante questo periodo sono stati censiti 3’208 casi di demenza a partire dai registri medici svedesi, di cui oltre 1’100 casi di malattia di Alzheimer e 450 di demenza vascolare.
Risultato principale: i partecipanti che consumavano almeno 50 grammi al giorno di formaggio ricco di grassi presentavano un rischio di demenza inferiore del 13% rispetto a coloro che ne mangiavano molto poco. Un’associazione simile è osservata per la panna intera (≥20 g/giorno), con una riduzione di circa il 16%.
Al contrario, nessuna associazione significativa è stata trovata per:
- il formaggio alleggerito
- il latte (scremato o intero)
- i prodotti lattiero-caseari fermentati
- il burro (che è persino associato a un rischio leggermente accresciuto di Alzheimer ad alto dosaggio)
Un’associazione, non una prova formale
Primo punto essenziale da capire: si tratta di uno studio osservazionale. Questo tipo di ricerca osserva le abitudini alimentari e la loro evoluzione nel tempo, senza intervenire attivamente. Risultato: mette in evidenza un’associazione, ma non permette di dimostrare un nesso di causa ed effetto diretto.
Utilizzare questo tipo di studio per orientare le vostre scelte di stile di vita equivale a investire il vostro denaro basandosi sulle ultime voci di corridoio
Prof. Giovanni Frisoni, neurologo e direttore del Centro della memoria presso l’Ospedale universitario di Ginevra
Secondo Giovanni Frisoni, neurologo e direttore del Centro della memoria agli Ospedali Universitari di Ginevra (HUG), uno studio isolato non dovrebbe mai servire da base per modificare la propria alimentazione. Le raccomandazioni destinate al grande pubblico devono appoggiarsi sull’insieme delle conoscenze scientifiche disponibili.
In altre parole, se le persone che mangiano più formaggio sviluppano meno spesso una demenza, ciò può anche essere legato ad altri fattori non misurati dallo studio: una migliore attività fisica, un livello socioeconomico più elevato, un ambiente di vita meno inquinato o meno stressante, o semplicemente abitudini alimentari globali più sane.
Il gene APOE e4: un fattore di rischio tecnico
Lo studio svedese menziona un dettaglio tecnico: l’effetto protettivo del formaggio sarebbe visibile solo nelle persone che non sono portatrici del gene APOE e4.
Il professor Frisoni precisa che questo gene è «il fattore di rischio più importante della malattia di Alzheimer» e che è «associato al deposito di amiloide nel cervello, una delle due proteine tossiche della malattia di Alzheimer».
Tuttavia, l’interazione tra questo gene e l’alimentazione è ancora «puramente ipotetica» secondo l’esperto. È quindi prematuro trarne conclusioni pratiche per il momento.
La demenza in Svizzera, una sfida importante
La demenza colpisce attualmente circa 147’000 persone in Svizzera. Questa cifra dovrebbe raddoppiare entro il 2040 per raggiungere quasi 300’000 persone all’orizzonte 2050, secondo le proiezioni di Alzheimer Svizzera. L’impatto socioeconomico e umano di queste malattie neurodegenerative è considerevole, facendo della prevenzione una sfida di sanità pubblica prioritaria.
Il formaggio, una “scelta migliore” e non un superalimento
Lo studio apporta tuttavia un elemento interessante: in un’analisi detta di sostituzione, sostituire la carne rossa o trasformata con il formaggio è associato a un rischio più basso di demenza. Ciò non significa che il formaggio sia protettivo in sé, ma che costituisce una scelta relativa migliore rispetto ad alcuni alimenti conosciuti per i loro effetti negativi sulla salute.
Altra nozione chiave, quella della “matrice alimentare”. «Il formaggio non è solo un blocco di grassi saturi», spiega Sylvie Borloz, dietista al Centro Ospedaliero Universitario Vaudese (CHUV). Apporta anche proteine, calcio, vitamina B12, così come fermenti benefici per il microbiota.
L’effetto di un alimento dipende dall’insieme dei suoi componenti e dalle loro interazioni, non da un nutriente isolato. Un microbiota intestinale diversificato, favorito da alimenti fermentati, è del resto sempre più studiato per il suo ruolo potenziale contro alcune malattie.
Fine della demonizzazione del “grasso”?
Questi risultati possono sorprendere, perché il formaggio è ricco di grassi saturi, a lungo additati. Ora, Sylvie Borloz sottolinea un cambiamento importante: le nuove raccomandazioni alimentari svizzere di fine 2024 non incoraggiano più specificamente i prodotti lattiero-caseari alleggeriti. La ragione? I dati recenti non mostrano un’associazione chiara tra i grassi saturi dei prodotti lattiero-caseari e il rischio cardiovascolare.
«La demonizzazione del ‘grasso’ era una scorciatoia», precisa la dietista. Ricorda che la storia delle diete “low fat” non ha permesso di limitare l’aumento di peso delle popolazioni durante questi ultimi decenni, rimettendo in questione l’approccio consistente nel focalizzarsi unicamente sulla riduzione dei grassi.
Allora, cosa facciamo con la nostra fonduta?
Tuttavia, ciò non significa che bisogna mangiare formaggio senza limiti. Lo studio riguarda un consumo di circa 50 grammi al giorno, ossia una porzione standard. Una raclette o una fonduta, con quantità che raggiungono spesso 200 grammi, resta un pasto occasionale e non quotidiano.
Il professor Frisoni è chiaro: «È preferibile sostituire il burro o la carne trasformata con il formaggio, ma non è raccomandato sostituire i legumi o il pesce con grandi quantità di formaggio».
Per Sylvie Borloz la chiave è un «approccio alimentare globale», che permette di coprire tutti i bisogni nutrizionali «avendo piacere a mangiare sul lungo termine».
I consigli della piramide alimentare svizzera o la dieta mediterranea restano i riferimenti. Valorizzano i vegetali, i cereali integrali, i prodotti lattiero-caseari (in un consumo moderato) e i buoni oli, limitando al contempo gli alimenti ultra processati.
In definitiva, il formaggio non è un alimento magico anti‑demenza. Ma ha pieno diritto di cittadinanza in un’alimentazione equilibrata e variata. La strategia migliore per il vostro cervello – e questo tutte le ricerche lo confermano – resta un approccio globale: mangiare in modo variato e con piacere, muoversi regolarmente, dormire bene e coltivare le relazioni sociali.

Uniti per il formaggio
Il Quotidiano 27.01.2026, 19:00
