I GLP-1 non stanno solo cambiando il modo in cui si perde peso. Con la prospettiva di formulazioni orali, il fenomeno diventa più vicino, più quotidiano, maggiormente alla portata di tutti. E allora la domanda non è più soltanto medica: che cosa accade al cibo, ai consumi e perfino al marketing alimentare quando la fame si riduce?
Che cos’è il GLP-1, in parole semplici
Il GLP-1 è un ormone naturale che il corpo produce dopo i pasti. Aiuta a regolare la glicemia, rallenta lo svuotamento dello stomaco e aumenta il senso di sazietà. I farmaci GLP-1 imitano questo meccanismo: per questo possono far sentire meno fame.
Sapere per tutti - Come agisce il GLP-1 nel nostro organismo?
RSI Sapere per tutti 12.11.2025, 10:35
L’era Ozempic esce dall’ambulatorio
Non è solo un’impressione mediatica. C’è chi parla di “era Ozempic”, e i dati sembrano confermarlo: negli Stati Uniti, tra il 2019 e il 2023, secondo dati rilanciati dal BMJ, il numero di persone senza diabete che hanno iniziato a usare farmaci che imitano l’azione del GLP-1 è aumentato di oltre il 700%.
Negli ultimi anni i medicinali che imitano l’azione del GLP-1 — un ormone naturale coinvolto nella regolazione dell’appetito e della glicemia — sono usciti dall’ambito strettamente clinico per diventare un fenomeno culturale, economico e simbolico. A rendere il tema ancora più potente, oggi, è la prospettiva della somministrazione orale, molto più semplice da immaginare e normalizzare rispetto all’iniezione.
In Svizzera una formulazione orale di semaglutide esiste già: Rybelsus è stato autorizzato da Swissmedic il 24 marzo 2020, ma per il diabete di tipo 2 e non come trattamento per l’obesità.
È questo passaggio a cambiare la percezione pubblica del fenomeno. Finché questi farmaci erano associati soprattutto alle iniezioni, restavano più facilmente nel campo della terapia specialistica. La forma orale, invece, è più facile da accettare e anche da inscrivere nell’immaginario comune del dimagrimento. Le pillole sono più fruibili, accessibili e possono raggiungere un pubblico più ampio. È per questo che la questione smette di essere solo sanitaria e diventa culturale.
L’avvertimento di Swissmedic
Il 26 agosto 2025 Swissmedic ha messo in guardia contro prodotti “GLP-1” falsificati o ingannevoli venduti online come aiuti per dimagrire, incluse capsule, gocce e integratori. L’istituto segnala rischi significativi per la salute, con sostanze non dichiarate o dosaggi scorretti. Quando il tema diventa mainstream, cresce anche il mercato delle scorciatoie.
https://rsi.cue.rsi.ch/la1/programmi/informazione/patti-chiari/inchieste/Tutto-in-un-click-i-rischi-di-acquistare-prodotti-per-la-salute-sul-web--3616164.html
Quando cambia la fame, cambia anche il cibo
Finora i GLP-1 sono stati raccontati soprattutto come strumenti efficaci per perdere peso ed è inevitabile chiedersi come potrebbe cambiare il modo in cui una società guarda al corpo, al controllo, e al desiderio stesso del cibo, se la fame può essere controllata in modo così semplice. Questi farmaci, infatti, non cambiano solo quanto si mangia, ma anche come si desidera il cibo.
Se questo fenomeno si allargherà davvero, le conseguenze potrebbero andare molto oltre la bilancia. Potrebbe cambiare il posto che il cibo occupa nella giornata, ma anche la sua grammatica: come stiamo a tavola, come godiamo di quel che mangiamo; così come la sfera della convivialità, dell’affascinante mondo della condivisione, la sua ritualità. Di contro, si potrebbe pensare a un passaggio più consapevole dalla quantità alla selezione, dal riempimento alla scelta.
Meno consumo, ma non per forza più consapevole
E qui entra in gioco una seconda domanda: se cambia il desiderio, cambiano anche i consumi? I primi segnali dicono di sì. Un sondaggio YouGov nel Regno Unito mostra che tra gli utilizzatori di farmaci per la perdita di peso il 64% dichiara di mangiare meno snack, il 53% meno fast food e il 67% di essere meno interessato al cibo cosiddetto “spazzatura”. Non è ancora una fotografia totale della società, ma basta per capire che il cambiamento non riguarda solo il corpo individuale: si riflette anche nel carrello della spesa e nelle abitudini di acquisto.
Ma mangiare meno significa automaticamente mangiare meglio? Non necessariamente. Perché una pillola può togliere la fame, ma non insegna a scegliere. Non costruisce da sola equilibrio, varietà, qualità nutrizionale, né una relazione più consapevole con il cibo. Senza educazione alimentare, il rischio è semplicemente quello di continuare a mangiare le stesse cose di prima, solo in quantità ridotte. È qui che la cultura della tavola e la conoscenza di ciò che mettiamo nel piatto diventano l’ago della bilancia: si può alleggerire il carrello senza migliorare davvero la cultura alimentare.
Il marketing si è già mosso
Ed è esattamente su questo snodo che si sta muovendo l’industria alimentare, perché non sta cambiando solo chi mangia: sta cambiando anche chi vende. I GLP-1, infatti, stanno creando un nuovo target di mercato e le aziende alimentari iniziano a costruire prodotti pensati per loro: pasti pronti, prodotti con alto contenuto di proteine, alimenti funzionali, linee di supporto nutrizionale, etichette che strizzano l’occhio a chi mangia meno ma cerca di farlo in modo “controllato”.
Nestlé, per esempio, ha lanciato negli Stati Uniti una linea dichiaratamente pensata come supporto per chi utilizza farmaci GLP-1 o cerca di gestire il peso: prodotti ricchi di proteine, fonte di fibre, con nutrienti essenziali e porzioni calibrate su un appetito ridotto.
Ci sono altri grandi marchi che hanno lanciato prodotti con etichette che riportano la dicitura “GLP-1 friendly”, e linee di integratori pensati per supportare i bisogni nutrizionali di chi fa suo dei farmaci per perdere peso.
Da un lato, si può leggere tutto questo come un adattamento a bisogni reali: se l’appetito diminuisce, ha senso pensare a porzioni più piccole e a una maggiore densità nutrizionale. Dall’altro, resta un dubbio: non stiamo forse sostituendo una parte dell’eccesso con un nuovo ecosistema di prodotti specializzati, pronti, spesso molto processati, che rischiano di aggirare il problema senza affrontarlo davvero?
E l’ambiente? La risposta non è automatica
C’è poi un ultimo piano, ancora più ampio: quello ambientale. In teoria, una riduzione dei consumi potrebbe alleggerire una parte della pressione sulle filiere e ridurre lo spreco. Ma anche qui non esistono automatismi. Dipenderà da che cosa si mangerà meno, da che cosa verrà sostituito, da quanto packaging, da quanti prodotti formulati e da quanta trasformazione industriale accompagneranno questo nuovo mercato.
Un conto è ridurre l’eccesso; un altro è sostituirlo con un ecosistema di cibi e integratori ultra-funzionali. In altre parole: meno non equivale automaticamente a meglio.
Il nodo dell’educazione alimentare
Il nodo è tutto qui. Perché il farmaco può ridurre l’appetito, ma non sostituisce l’educazione alimentare. Non basta mangiare meno per imparare a mangiare meglio. E forse il vero rischio culturale è proprio questo: che la riduzione venga confusa con l’evoluzione, e si pensi di aver risolto il problema perché si è abbassato il volume della fame, mentre restano intatti la fragilità del rapporto con il cibo, la dipendenza dal prodotto pronto, la povertà della dieta e l’ossessione per il corpo.
Perché è un tema anche svizzero
Secondo l’Ufficio federale di statistica, nel 2022 il 31% della popolazione residente in Svizzera dai 15 anni in su era in sovrappeso e il 12% soffriva di obesità, per un totale del 43%. Non è quindi una nicchia, ma una questione sociale ampia, che rende il dibattito sui GLP-1 rilevante anche fuori dall’ambito strettamente medico.
L’era Ozempic in pillola?
Konsigli 07.04.2026, 18:00
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