CONFLITTO IN MEDIO ORIENTE

Shahed: il drone iraniano a basso costo che sta cambiando i conflitti

Poco sofisticato ma prodotto in grandi quantità: perché sta diventando una delle armi più usate nei conflitti moderni? Le risposte di un esperto

  • Oggi, 16:38
  • Un'ora fa
Esempio di drone kamikaze Shahed di produzione iraniana, utilizzato in diversi conflitti recenti.
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Focus: i droni Shahed, cosa sono e cosa fanno

Telegiornale 06.03.2026, 20:00

  • Wikipedia/FARS
Di: Giulio Rezzonico  

Negli ultimi anni il nome Shahed è comparso sempre più spesso nei conflitti internazionali. Già dal conflitto russo-ucraino, a quello in corso in Medio Oriente, questi droni kamikaze di fabbricazione iraniana sono diventati uno degli strumenti più utilizzati nei bombardamenti a distanza. Il motivo principale non è tanto la tecnologia avanzata, ma esattamente il contrario: sono semplici, relativamente economici e quindi possono essere lanciati in grandi quantità.

I modelli più diffusi sono lo Shahed-131 (il più piccolo) e lo Shahed-136 (il più grande): velivoli senza pilota progettati per colpire un obiettivo, distruggendosi con l’impatto. Volano a circa 180 chilometri orari, hanno un’autonomia che può superare i 1’000 chilometri e trasportano una testata esplosiva tra i 20 e i 50 chilogrammi circa. Il loro costo unitario è stimato tra 20’000 e 50’000 dollari: molto più contenuto rispetto ai missili tradizionali. Soprattutto per questa ragione - ma non solo - vengono spesso utilizzati in attacchi di massa, con decine o centinaia di droni lanciati contemporaneamente per saturare le difese aeree avversarie.

Armi semplici, ma in grande quantità

Abbiamo chiesto a Mauro Gilli, esperto di sicurezza e di strategia militare, quale sia il vantaggio principale nell’utilizzare questo tipo di droni. La risposta sta nella combinazione tra semplicità e quantità. “I loro sistemi di propulsione e di guida sono relativamente semplici”, spiega Gilli. “Non sono armi estremamente precise, ma proprio questa semplicità rende possibile produrle rapidamente e lanciarle in grande numero”.

Dal punto di vista militare, la logica è dunque soprattutto quantitativa. “Se un Paese può spararne centinaia, le difese aeree nemiche si trovano davanti a un dilemma e non potendo intercettarli tutti, devono scegliere quali colpire. Alcuni inevitabilmente passeranno”. A rendere questi droni più difficili da intercettare contribuisce anche il modo in cui vengono impiegati. “Volano molto a bassa quota”, osserva l’esperto, “e questo ritarda il momento in cui i radar riescono a individuarli, riducendo il tempo a disposizione per reagire”.

Mauro Gilli, esperto di sicurezza e di strategia militare

Mauro Gilli, esperto di sicurezza e di strategia militare

  • RSI

Un altro vantaggio: la tecnologia poco complessa

Una delle domande più frequenti riguarda proprio la quantità: come fa l’Iran a produrre così tanti droni? Secondo Mauro Gilli, la risposta sta soprattutto nella semplicità industriale di questi sistemi. “Il costo basso riflette prima di tutto la semplicità della produzione”, spiega. “Il sistema di propulsione e quello di guida non sono particolarmente sofisticati e molte componenti possono essere reperite facilmente sul mercato. Questo permette all’Iran di produrne centinaia in tempi relativamente brevi”.

Questo crea successivamente un forte squilibrio con i sistemi di difesa. “I missili intercettori utilizzati ad esempio da USA e Israele per abbatterli sono molto più complessi e costosi, richiedendo anche una produzione industriale più complessa”. In altre parole, il vantaggio dei droni iraniani Shahed non è solo economico ma anche industriale: sostanzialmente è più facile costruire molti droni rispetto a un numero equivalente di missili per contrastarli.

Un cambio di paradigma anche per i conflitti a venire?

Per alcuni analisti, l’uso massiccio di droni kamikaze rappresenta un cambiamento profondo nel modo di fare la guerra. Altri, come Gilli, sono più propensi alla cautela . “Questi sistemi offrono certamente dei vantaggi”, afferma, “ma non parlerei di una vera e propria rivoluzione: esistono già tecnologie in grado di contrastarli come difese a corto raggio, sistemi elettronici e persino laser ad alta potenza”. Il punto critico, più che tecnologico, è organizzativo: poiché per fermare attacchi composti da decine o centinaia di droni, serve una difesa multilivello capace di intercettare molti bersagli contemporaneamente e con sistemi relativamente economici. “Intercettarli tutti è impossibile”, osserva l’esperto, “ma è assolutamente possibile abbatterne una percentuale molto elevata se si dispone dei sistemi adeguati e li si utilizza nel modo corretto”.

Nel frattempo, i droni Shahed hanno sicuramente dimostrato la loro efficacia: non sono particolarmente sofisticati è vero, ma stanno contribuendo a modificare l’equilibrio tra attacco e difesa nei conflitti moderni, soprattutto quando vengono impiegati in grandi quantità.

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Guerra in Medioriente: i droni Shahed

Telegiornale 06.03.2026, 12:30

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