C’è un momento, in ogni esperienza di apprendimento, in cui la teoria smette di essere “contenuto” e diventa relazione: con un luogo, con un compito, con gli altri. È in quello spazio che si inserisce il Bota-Game, un’attività di educazione all’aria aperta ambientata al Giardino botanico di Neuchâtel, dove il gioco non è un semplice contorno, ma il motore stesso della scoperta. Come spiega, nel servizio di Prima Ora, la responsabile del progetto Magali Borer: “il Bota-Game è un escape game, un gioco immersivo all’aria aperta”.

Un giardino dove fiorisce il gioco
Prima Ora 30.03.2026, 18:00
Perché impariamo meglio quando ci muoviamo nella natura
L’idea è semplice e potente: trasformare un ambiente ricchissimo di stimoli – un giardino botanico – in un percorso di esplorazione guidata. In questo modo, le conoscenze non passano solo dalla lettura o dall’ascolto, ma attraverso corpo, sensi e attenzione. L’apprendimento diventa “situato”: ciò che si osserva è lì, davanti a noi, e il cervello lo registra come esperienza concreta, non come informazione astratta.
Il Bota-Game in breve
In pratica, il gruppo di giocatrici e di giocatori si trasforma in una équipe di scienziati che devono salvare un albero in pericolo. Il vegetale rischia di essere sradicato per fare posto a una nuova sistemazione del luogo. Purtroppo, il nome della specie e la sua ubicazione sono andati persi. Al gruppo di scienziate e scienziati in erba il compito di individuarlo e di convincere i responsabili del cantiere a non abbatterlo.

Il contesto costituito dal Giardino botanico di Neuchâtel è ideale come ci conferma la mediatrice culturale dell’Atelier des Musées della Città di Neuchâtel, Valentina Brocca: “ovunque ci giriamo vediamo la foresta del Vallon de l’Ermitage, e quindi la particolarità di questo giardino è quella di essere a stretto contatto con la foresta, qua siamo immersi nella natura totalmente”. In un contesto naturale, inoltre, l’attenzione tende a cambiare qualità: meno centrata sulla prestazione e più disponibile alla curiosità. La natura offre un tipo di complessità “accogliente”: dettagli, differenze, tracce, forme. È il terreno ideale per far nascere domande – e il gioco, con le sue regole e i suoi obiettivi, dà a quelle domande una direzione.

Il contesto naturale del Giardino botanico di Neuchâtel
La natura come bisogno, non come lusso
Molti educatori e ricercatori parlano di biofilia: l’innata tendenza umana a cercare connessione con il vivente. Non è romanticismo: è un’ipotesi che prova a spiegare perché, in ambienti verdi, spesso ci sentiamo più calmi, più presenti, più disponibili all’interazione. Portare l’educazione all’esterno significa quindi lavorare su due piani insieme: benessere e apprendimento. Un escape game all’aperto introduce anche un ingrediente decisivo: la motivazione intrinseca. La spinta a “risolvere” non arriva da un voto o da un giudizio, ma dalla soddisfazione di capire, orientarsi, collaborare. È una palestra di competenze trasversali (problem solving, comunicazione, gestione del tempo), ma soprattutto è un ponte emotivo verso l’ambiente: se un luogo ci ha divertito e coinvolto, saremo più inclini a ricordarlo e a prendercene cura.

Giovani scienziate e scienziati alle prese con il Bota-Game
Imparare a riconoscere per poter proteggere
Il cuore ecologico del Bota-Game sta nell’allenare lo sguardo. Non si tratta solo di “fare attività nel verde”, ma di costruire alfabetizzazione ambientale: imparare a leggere il paesaggio come un testo fatto di specie, relazioni e stagioni. Ancora Magali Borer chiarisce l’obiettivo: “si scoprono gli alberi tipici della Svizzera, il loro nomi, le foglie e in alcuni casi i frutti, elementi utili per imparare a riconoscerli”.

Le foglie da sole, spesso, permettono di identificare la specie di albero
Riconoscere un albero da una foglia, dal fiore, distinguere una corteccia, osservare un frutto: sono gesti piccoli ma fondamentali. Perché la cura nasce spesso dalla familiarità. Difficilmente proteggiamo ciò che resta anonimo; al contrario, ciò che sappiamo nominare diventa più vicino, più “nostro”. È uno dei passaggi chiave dell’educazione ecologica: trasformare il “verde” indistinto - la nostra cecità vegetale - in un insieme di vite differenti, ciascuna con il proprio nome, con la propria storia e funzione.
imparare fuori per cambiare dentro
In un’epoca dove la fanno da padroni gli schermi, i flussi di immagini e la vita in spazi chiusi, esperienze come questa mostrano che l’educazione nella natura non è nostalgia: è una risposta concreta a bisogni attuali. Un giardino botanico può diventare un laboratorio a cielo aperto dove si intrecciano scienza, gioco e cittadinanza ecologica. E un escape game, invece di farci “uscire” da una stanza, può farci entrare davvero in un luogo: con attenzione, rispetto e meraviglia.

Ancora uno scorcio del Giardino botanico di Neuchâtel, ripreso qualche anno fa in occasione di un nostro reportage
In fondo, il messaggio è semplice: la natura non è solo un argomento da studiare, è un’esperienza da vivere. E quando la scoperta avviene giocando, può mettere radici più profonde.








