Approfondimento

Dalla peste all’hantavirus, le malattie viaggiano via nave

Il caso della MV Hondius ricorda una realtà storica: le imbarcazioni sono vettori di epidemie e i ricercatori oggi le vedono come laboratori per studiare i contagi in ambienti confinati

  • 40 minuti fa
L’hantavirus ha avuto una forte eco mediatica, a fronte di un focolaio che è restato circoscritto

L’hantavirus ha avuto una forte eco mediatica, a fronte di un focolaio che è restato circoscritto

  • Keystone
Di: Cédric Guigon, Fabien Grenon (RTS), articolo originale - sf, adattamento in italiano

Fin dall’antichità, i porti sono stati luoghi di transito non solo per merci e viaggiatori, ma anche per le malattie. Il recente caso della MV Hondius, nave da crociera colpita dall’hantavirus, riporta alla luce questa realtà ancestrale.

Rischio marittimo già individuato nel XIV secolo

Le navi sono sempre state vettori per gli agenti patogeni. Ne è un esempio il 1347, quando imbarcazioni genovesi salpano dalla Crimea con, nelle stive, ratti portatori del batterio Yersinia pestis: è l’inizio della grande epidemia di peste nera.

“È a partire da quel momento che il rischio legato ai traffici marittimi viene identificato e porta alle prime misure, soprattutto in Europa”, spiega il professore di storia contemporanea Benoît Pouget ai microfoni di RTS. Misure che riguardano in particolare la protezione e l’isolamento dei malati.

Si prende allora coscienza del fatto che le navi sono al tempo stesso mezzi di trasporto e incubatori di malattie. Oltre alla peste nera, le traversate lunghe e in spazi confinati favoriscono anche la diffusione di colera, tifo e tubercolosi.

L’eterna sfida delle malattie in mare (Tout un monde, RTS, 13.05.2026)

L’invenzione dei lazzaretti

Per rispondere al rischio sanitario nascono i primi lazzaretti, luoghi di quarantena isolati, spesso su isole o alla periferia dei porti, e si impone progressivamente un periodo di isolamento di 40 giorni. Una durata simbolica, ispirata tanto alle teorie di Ippocrate quanto ai 40 giorni di digiuno di Gesù.

Col tempo, questo limite viene modificato, anche su pressione degli interessi economici, sottolinea Pouget: “C’è stata una forte tendenza, soprattutto in ambienti liberali, a rendere più fluidi i commerci e la circolazione, riducendo quindi i giorni di quarantena”.

Già dal XIV secolo si diffonde un’altra pratica: la fumigazione, che consiste nell’uso di fumi ritenuti capaci di purificare l’aria nel tentativo di contenere le epidemie.

Parallelamente, alcuni Stati impongono la presenza di medici a bordo delle navi, mentre i porti si dotano progressivamente di sistemi di controllo sanitario sempre più sofisticati.

La vera svolta arriva però con gli antibiotici e le vaccinazioni, che rendono via via obsoleti lazzaretti e quarantene. Queste strutture scompaiono dopo la Seconda guerra mondiale, con l’espansione del trasporto aereo.

Una “finestra unica” per la ricerca

Al di là del loro interesse storico, le traversate in mare continuano ad affascinare gli scienziati “perché si tratta di spazi confinati”, spiega Vikram Niranjan, professore assistente di sanità pubblica all’Università di Limerick, in Irlanda, autore di un’analisi sul caso della MV Hondius. Anche il caso della Diamond Princess, con 3’700 passeggeri confinati a Yokohama nel 2020 dopo casi di Covid-19, resta emblematico.

Ritiene che queste “città galleggianti” offrano una “finestra unica” per studiare la diffusione delle infezioni. Gli esperti possono così individuare le falle nei sistemi sanitari di bordo e nei protocolli da attivare in caso di epidemie, fino ad analizzare aspetti legati alla costruzione e agli equipaggiamenti delle navi.

In definitiva, la storia della navigazione, antica e recente, offre un insegnamento chiave anche per il caso dell’hantavirus: evitare il panico. “La circolazione degli agenti patogeni fa parte della normalità” ricorda Pouget, sorpreso dall’eco mediatica suscitata dall’hantavirus, a fronte di un focolaio che è restato molto circoscritto.

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