Reportage

Le terme puntano in alto tra le montagne svizzere

Dall’Aquae Helveticae dei Romani ai centri benessere futuristici, si investono milioni in esperienze sensoriali e comfort esclusivi

  • Un'ora fa
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  • RTS
Di: Serge Enderlin (RSI)/sf 

Già all’epoca romana ci si immergeva ad Aquae Helveticae. Duemila anni fa, l’acqua termale, ricca di minerali benefici, sgorgava a 42 gradi. Due millenni più tardi ci si bagna ancora, ma le strutture sono cambiate parecchio. Oggi Baden, in Argovia, ospita sulle rive della Limmat bagni ultramoderni e lussuosi firmati Mario Botta, riaperti quattro anni fa dopo una ristrutturazione costata decine di milioni di franchi.

Il complesso si chiama FortySeven, un nome che riflette l’influenza di Zurigo, distante una ventina di chilometri, e il suo bacino di clienti amanti del wellness. Il prezzo d’ingresso non è proprio economico, 69 franchi, e punta a una clientela ben precisa.

“Il nostro pubblico di riferimento sono le persone tra i 25e i 60 anni, non abbiamo un’offerta specifica per i bambini”, spiega Franc Morshuis, CEO di FortySeven, ai microfoni di RTS. “Non abbiamo solo acqua termale: abbiamo installato saune per chi indossa il costume e per chi preferisce farne a meno, e abbiamo creato una zona Kosmos, con diversi ambienti particolari, una vasca salina, spazi relax e musica composta da Boris Blank degli Yello. Questo è lo spirito di FortySeven” aggiunge.

Guadagni termali (Basik, RTS, 12.01.2026)

40 milioni per modernizzare le terme di Yverdon

Anche nella Svizzera romanda i Romani hanno lasciato tracce acquatiche. A Yverdon-les-Bains si cerca il relax in tutti i sensi del termine. Le terme di Yverdon, che appartengono al gruppo alberghiero Boas, proprietario anche dei bagni di Saillon in Vallese, sono in piena ristrutturazione. Quaranta milioni di franchi per rinnovare strutture che ricordavano gli anni ’90 e offrire al cliente non solo acqua termale, ma, come a Baden, una vera e propria “esperienza”. Il prezzo del biglietto è in promozione a partire da 18 franchi per tutta la durata dei lavori. La grande riapertura è prevista per la fine del 2027.

“Il cliente termale di una volta, che veniva solo a scopo terapeutico, non c’è più”, spiega Matthias Philipps, direttore del Centro termale di Yverdon-les-Bains. “Oggi le persone hanno desideri diversi. C’è chi vuole fare il caldo-freddo tra la zona tropicale e quella siberiana, chi preferisce mangiare qualcosa al volo prima di immergersi per rilassarsi… bisogna accontentare tutti i gusti”.

Meno neve, più terme

Un po’ ovunque in Svizzera, oggi si investono centinaia di milioni nel settore, sempre più competitivo. Al punto che alcuni progetti non sono sopravvissuti: le terme di Ovronnaz (VS) sono in moratoria concordataria fino a fine febbraio e quelle di Val d’Illiez (VS) sono chiuse da diversi anni, anche se esistono progetti per rilanciarne l’attività. Nelle Alpi, i bagni termali appaiono come un’alternativa per il futuro, mentre la neve non è più garantita, nemmeno d’inverno.

“Dal 2020 il settore del wellness conosce una crescita importante, dell’ordine del 15-20% all’anno”, spiega Nicolas Délétroz, professore all’Istituto del turismo della Scuola universitaria professionale della Svizzera occidentale (HES-SO) Vallese. “Che si tratti di camminata meditativa, yoga in quota con coach personalizzato, tutta una serie di attività si sviluppano con la montagna come cornice rasserenante, in un’ottica di benessere, e i bagni termali fanno ovviamente parte di questa tendenza”.

Ultimo esempio: i Grands Bains d’Hérémence, nella Val d’Hérens, integrati in un complesso alberghiero da 110 milioni, alla fine del comprensorio sciistico delle Quatre-Vallées. Bagni caldi interni ed esterni, saune, hammam, massaggi: l’offerta è ampia per 50 franchi, senza limite di tempo. Vista sulla Dent-Blanche e sul Cervino inclusa. Dopo un anno, il bilancio è positivo, secondo il direttore Gzim Seferi, con fino a 1’200 clienti al giorno in inverno, 300 in estate.

L’acqua, una risorsa limitata

Moltiplicare i bagni termali, già quasi una ventina in Svizzera, significa cementificare la montagna e trasportare l’acqua per chilometri, cosa che suscita l’opposizione degli ecologisti. Questi sviluppi hanno quindi limiti concreti.

“Il primo è il costo. Si tratta di investimenti di diverse decine di milioni di franchi, per cui il biglietto d’ingresso nel settore non è alla portata di tutti”, spiega Délétroz. “Poi non bisogna dimenticare che l’acqua è per definizione una risorsa limitata. Potremmo quindi assistere in futuro a potenziali conflitti d’uso tra interessi turistici e bisogni locali. A mio avviso, questa tensione finirà per limitare la proliferazione di nuovi progetti”.

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Laser 07.01.2026, 09:00

  • iStock
  • Raffaele Palumbo
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