Lunedì mattina, all’apertura delle borse, l’oro è crollato di oltre il 6% in una sola seduta, toccando i 4’100 dollari all’oncia. Un paradosso apparente: il bene rifugio per eccellenza perde valore mentre il mondo è scosso dalla guerra, lo Stretto di Hormuz è bloccato e il petrolio ha superato i 100 dollari al barile. Non dovrebbe essere proprio l’oro a proteggerci dall’incertezza?
Con il petrolio alto, le banche centrali temono l’inflazione
La risposta sta nei tassi d’interesse. Ma per capirla, bisogna partire dal petrolio. Il petrolio non è solo carburante: è la materia prima che entra nei trasporti, nella produzione industriale, nella chimica, nella plastica, nei tessuti e nei prodotti per la casa.
Quando il suo prezzo sale, a lungo andare tutto diventa più caro: non perché la gente spenda di più, ma perché produrre e distribuire costa di più. È un’inflazione subita, che si insinua in molti ambiti dell’economia reale e preoccupa le banche centrali.
Navi ferme presso lo Stretto di Hormuz
Se le banche centrali temono l’inflazione, i tassi non si tagliano
E a fronte dell’impennata del petrolio, le banche centrali hanno risposto. La Federal Reserve statunitense (FED) e la Banca Centrale europea (BCE) hanno lanciato un messaggio chiaro: i tagli ai tassi, attesi da molti investitori per il 2026, sono rimandati a data da destinarsi.
Settimana scorsa la FED ha dichiarato che “le implicazioni degli sviluppi in Medio Oriente per l’economia statunitense sono incerte”, aggiungendo che valuterà “attentamente i dati in arrivo” prima di agire sui tassi. Tradotto: finché il petrolio minaccia l’inflazione, i tassi non scenderanno.
La BCE si è espressa in maniera simile: la guerra ha reso le prospettive “significativamente più incerte”, con rischi al rialzo per l’inflazione. Per questo Francoforte ha scelto di non tagliare, per assicurare che l’inflazione si stabilizzi sull’obiettivo del 2%. I tassi rimangono invariati: tra il 3,5% e il 3,75% negli Stati Uniti, al 2% in Europa.
Sfumano le prospettive di un taglio dei tassi
Tassi fermi, oro in vendita
Di fronte agli annunci delle banche centrali, sui mercati è successa una cosa sola: il prezzo dell’oro ha cominciato a scendere. Gli operatori hanno venduto. Perché? Le spiegazioni sono più di una, e probabilmente si sovrappongono.
C’è chi ha scelto di incassare i guadagni accumulati in mesi di corsa al rialzo. Negli ultimi mesi infatti l’oro aveva toccato valori record: davanti all’incertezza, molti fondi hanno preferito trasformare quei guadagni in liquidità immediata. In gergo si chiamano prese di profitto.
Poi, c’è chi potrebbe aver accumulato liquidità per spostarsi nel momento più opportuno su titoli più redditizi, come i titoli di Stato. Con i tassi alti, i bond governativi rendono interessi certi e garantiti. L’oro, al contrario, non paga cedole né dividendi: tenerlo in portafoglio ha un costo, senza alcun ritorno garantito.
Probabilmente entrambe le dinamiche hanno giocato un ruolo. Quel che è certo è che l’incertezza della guerra, combinata con le prospettive di tassi alti a lungo, ha spinto molti operatori a ridurre l’esposizione sull’oro.
Possibili accordi con l'Iran ristabilizzano la situazione sui mercati
All’orizzonte la riapertura di Hormuz: il prezzo dell’oro torna a lievitare
A cambiare le cose, a metà giornata, sono state le dichiarazioni di Donald Trump: un possibile accordo con l’Iran “entro cinque giorni” e la sospensione dei raid sugli impianti energetici. L’annuncio che lo Stretto di Hormuz sarà presto riaperto ha dissolto la causa principale del panico sui mercati.
Le borse hanno recuperato le perdite in pochi minuti e l’oro è rimbalzato verso i 4’400 dollari.

Le ripercussioni della guerra sull'economia
Telegiornale 20.03.2026, 20:00







