Il petrolio ha qualità diverse e con il conflitto riaccesosi in Medio Oriente non basta capire “quanto petrolio c’è” ma anche che tipo di greggio arriva, da dove passa e chi può raffinarlo. Questo, probabilmente, è uno dei punti chiave per capire perché guerre, minacce sugli stretti e attacchi alle navi fanno subito salire i prezzi, anche in Paesi che non comprano la maggior parte del loro petrolio direttamente dal Golfo ma da altri fornitori. Per Svizzera e Unione europea, infatti, il nodo non è tanto una dipendenza totale dal Medio Oriente, quanto l’effetto domino su un mercato globale dove rotte, costi di trasporto e timori di interruzioni possono spostare rapidamente gli equilibri.
Non tutto il petrolio vale allo stesso modo
Quando si parla di greggio, la differenza principale è tra petrolio “leggero e dolce” e petrolio “più pesante e più solforoso”. In termini semplici: il primo è quello più facile e conveniente da raffinare, perché produce più facilmente benzina, diesel e cherosene; il secondo d’altro canto richiede impianti più complessi e più costosi. Per questo, i greggi di qualità più alta sono in genere quelli come il WTI americano o il Brent del Mare del Nord, considerati “light sweet”, cioè leggeri e con poco zolfo. Diverso il caso di molti greggi mediorientali, che pur essendo fondamentali per quantità disponibili e continuità delle forniture, sono spesso più medi o più pesanti e con più zolfo. Ancora più estremo è il caso di gran parte del petrolio venezuelano: greggi come il Merey o il Boscán sono extra-pesanti e molto solforosi, quindi tra i più difficili da trattare, tanto da richiedere raffinerie molto complesse e spesso anche l’aggiunta di diluenti per poter essere trasportati e lavorati.
Tornando al petrolio del Medio Oriente, esso non è dunque automaticamente migliore, ma resta centrale perché il mercato mondiale ha bisogno dei suoi volumi.
Perché il Medio Oriente è influente anche per chi compra meno da lì
Il conflitto in Medio Oriente pesa soprattutto per una ragione: mette sotto pressione i grandi corridoi del petrolio mondiale. Se l’ormai noto Stretto di Hormuz è compromesso, il mercato reagisce subito. Ritardi, attacchi o chiusure parziali sono sufficienti affinché aumentino i costi di assicurazione delle petroliere, si allunghino le rotte e salga il cosiddetto premio per il rischio: fattore importante nel definire il “prezzo al barile”. In questo scenario, il prezzo del greggio sale non solo perché manca petrolio, ma perché diventa più costoso ed è più incerto farlo arrivare a destinazione.

A essere più esposte a un eventuale blocco del Golfo sono soprattutto le grandi economie asiatiche. La Cina assorbe da sola circa il 37,7% dei flussi mondiali che transitano dallo Stretto di Hormuz, seguita da India (14,7%), Corea del Sud (12%) e Giappone (10,9%). L’Unione europea, nel suo complesso, pesa invece per una quota molto più contenuta, attorno al 3,8%. In concreto, significa che sono soprattutto i grandi importatori asiatici a dipendere in modo diretto dal petrolio del Golfo.
https://rsi.cue.rsi.ch/info/mondo/La-chiusura-dello-Stretto-di-Hormuz-%C3%A8-%E2%80%9Csenza-precedenti%E2%80%9D--3584520.html
Svizzera e UE: meno dipendenti dal Golfo, ma non immuni
La Svizzera oggi importa il greggio soprattutto da Stati Uniti, Nigeria e Kazakistan. Circa metà del greggio arrivato nel 2025 è partito dagli USA. Il petrolio approda a Fos-sur-Mer, in Francia e da lì raggiunge tramite oleodotto la raffineria di Cressier nel Canton Neuchâtel - l’unica ancora attiva nella Confederazione. Questo significa che Berna non dipende in modo diretto dal Medio Oriente come altri mercati, ma resta esposta al rincaro globale: se il greggio sale sui mercati internazionali, sale anche il costo dell’approvvigionamento e, a cascata, quello dei carburanti.

La raffineria di Cressier nel Canton Neuchâtel: l'unica in Svizzera.
Per l’UE il quadro è simile: oggi i principali fornitori sono Norvegia, Stati Uniti e Kazakistan, mentre il peso della Russia si è ridotto drasticamente dopo il 2022. Anche qui, però, il Medio Oriente resta importante attraverso quote minori ma strategiche, soprattutto attraverso le rotte marittime. In poche parole: Europa e Svizzera non vivono solo del petrolio del Golfo, ma subiscono comunque ogni scossa causata dal conflitto perché il petrolio è un mercato globale e basta un collo di bottiglia in una zona chiave per far sentire gli effetti ovunque.
Un mercato globale e intrecciato
Insomma, se si parla di petrolio guardare esclusivamente la cartina dei Paesi produttori può essere riduttivo: conta la qualità del greggio, la capacità delle raffinerie di trattarlo, le rotte marittime e la fiducia del mercato. Per questo una crisi in Medio Oriente può far salire i prezzi anche in un’Europa. La Svizzera, dal canto suo, appare relativamente protetta sul fronte delle origini del greggio, ma non sul fronte dei prezzi internazionali – dettati appunto da più fattori.
Ecco perché il vero rischio non è soltanto “restare senza petrolio”, bensì pagarlo di più; soprattutto in un sistema interconnesso dove un conflitto è sufficiente per trasmettere tensione a tutta la filiera energetica.

I timori del petrolio a 200 dollari il barile
SEIDISERA 11.03.2026, 18:00
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