Il coro è sorto unanime e spontaneo da decine di piazze spagnole giovedì sera: “No es un abuso, es una violación!” e punta il dito contro i tre giudici del tribunale di Pamplona che hanno scagionato cinque ragazzi sivigliani dall’accusa di stupro (violación), sentenziandoli a 9 anni di carcere ciascuno per il meno grave "abuso sessuale".
L’indignazione è montata rapidamente per un caso che dura da 21 mesi ed ha già sollevato in passato vive proteste per la sua crudezza.
I fatti vedono i cinque trascinare in un androne isolato una giovane madrilena durante le feste di San Firmín del 2016 a Pamplona e forzarla a rapporti non protetti. Alcuni di loro registrano dei video che poi pubblicheranno nel loro gruppo whatsapp, chiamato “La manada” (Il branco), vantandosene. Dopo averle sottratto il cellulare, la ragazza viene infine lasciata nuda e sola nell’androne.
Secondo la sentenza, i cinque avrebbero “abusato della superiorità costituita” per “farle pressioni e impedire che prendesse una decisione libera in materia sessuale”. La ragazza ha ammesso di non essersi mai opposta, ma di aver sentito un “intensa oppressione e inquietudine” attorniata com’era nell’androne, che la portarono a “adottare una attitudine sottomessa e passiva”.
E qui arriva la sentenza: per due togati questo abuso non ha implicato né violenza, né intimidazione, estremi che comporterebbero lo stupro, e quindi il reato applicato è di “abuso sessuale continuato”. Un terzo giudice ha stimato addirittura che non sussiste nessun reato, in quanto la relazione è stata consenziente.
La distanza tra il sentire istintivo dei cittadini e la mite sentenza dei giudici ha scatenato subito delle proteste. Mentre il togato leggeva la prima condanna a 9 anni sono iniziati a sentirsi in tribunale i cori di protesta provenienti dall’esterno, che scandivano “non è abuso, è stupro”, riporta la stampa spagnola.
I cori sono diventati scontri, fuori la corte di Pamplona poi, nel pomeriggio, proteste con migliaia di persone a Madrid (10'000), Barcellona (6'000), e centinaia a Siviglia, Valencia, Bilbao, Granada o A Coruña, per citare solo alcune città.
L’indignazione è a fior di pelle in un momento nel quale la giustizia spagnola non brilla per l’unanimità che crea con le sue sentenze. Il rapper Valtonic è stato condannato a tre anni e mezzo di prigione per apologia di terrorismo e ingiurie al re nelle sue canzoni, la corte Suprema chiede fino a 30 anni di carcere per i politici catalani secessionisti (reato comparabile a un golpe) e la procura fino a 60 anni per dei giovani che aggredirono degli agenti di polizia in Navarra.
Davide Mattei




