“La nostra famiglia possiede questa terra dai tempi dei bisnonni, è nostra da generazioni. Tutti nel villaggio sanno che ci appartiene”. Sono le parole di Firas, un abitante del villaggio di Khader, situato a qualche chilometro da Betlemme, in seguito al provvedimento di recente approvato dal governo israeliano di Benjamin Netanyahu che prevede la registrazione ufficiale delle terre private nella Cisgiordania occupata.
“Non c’è mai stato il bisogno di effettuare una registrazione ufficiale - dice ancora Firas ai microfoni della RSI - noi seguiamo le consuetudini del villaggio, le tradizioni popolari e religiose con cui siamo cresciuti: la terra passa dal padre al figlio ed è così che funzionano le cose. Da noi la questione è sempre stata chiara e nessuno l’ha mai messa in dubbio”.

Censimento israeliano in Cisgiordania
Telegiornale 16.02.2026, 20:00
Come altri palestinesi, Firas è preoccupato: il provvedimento richiede che i proprietari dimostrino con documentazione formale la titolarità delle terre. Un’impostazione, questa, che rischia di penalizzare fortemente i palestinesi a causa della storia incompleta e frammentata del sistema catastale nato sotto il dominio ottomano, proseguito con modalità diverse durante il mandato britannico e il successivo controllo giordano, fino all’occupazione israeliana nel 1967, quando le registrazioni furono interrotte per riprendere dopo quasi sessant’anni.
“È un’annessione di fatto” spiega a SEIDISERA Orly Noy, giornalista e attivista israeliana dei diritti dei palestinesi. “Negli ultimi due anni e mezzo, mentre tutta l’attenzione è concentrata su Gaza, Israele sta portando cambiamenti radicali sul terreno in Cisgiordania, senza che quasi nessuno se ne accorga”.
Il congelamento amministrativo avvenuto nel 1967 ha avuto conseguenze profonde: per decenni molte famiglie palestinesi hanno continuato a vivere e coltivare terre tramandate da generazioni senza poter ottenere una registrazione formale aggiornata nei registri ufficiali. In molti casi i documenti esistenti sono incompleti, deteriorati o difficili da reperire. Una situazione che potrebbe portare alla confisca di vaste porzioni di terre palestinesi che passerebbero così allo Stato di Israele, diventando quindi disponibili per la costruzione e l’espansione delle colonie ebraiche in Cisgiordania.
La giornalista Orly Noy avverte: “È molto pericoloso da ogni punto di vista. Dobbiamo anche ricordare che questo provvedimento del governo Netanyahu procede in parallelo alla violenza dei coloni: quasi ogni settimana sentiamo parlare di un’altra comunità palestinese che fugge e abbandona le proprie terre. E nessuno sta facendo nulla per impedirlo”.
Ai palestinesi e a gran parte della comunità internazionale, la decisione israeliana non appare come un intervento amministrativo. Piuttosto, affermano, è un passaggio potenzialmente decisivo per lo status territoriale in Cisgiordania e la sua annessione in gran parte a Israele. In quel caso, la creazione di uno Stato palestinese indipendente diventerà impossibile.
La mossa USA che “normalizza l’occupazione israeliana della Cisgiordania palestinese”
La politica di annessione israeliana della Cisgiordania sembra nel frattempo trovare il sostegno e la legittimazione degli Stati Uniti. Così è stata letta la decisione delle autorità americane di offrire, a partire da venerdì, servizi consolari ai propri cittadini nei territori occupati (sono oltre 60’000 i coloni israeliani in possesso anche del passaporto statunitense).
Che ripercussioni può avere questa mossa e perché viene criticata dall’Autorità nazionale palestinese? “Il passo fatto dagli Stati Uniti - spiega a SEIDISERA Michele Giorgio, collaboratore RSI a Gerusalemme - rappresenta un passaggio politico e giuridico di rilievo perché cambia la posizione di Washington sulla questione degli insediamenti israeliani, considerandoli non più illegali e un ostacolo per la pace sul piano simbolico e politico”. È quindi una mossa che equivale “a una forma di normalizzazione dell’occupazione israeliana della Cisgiordania palestinese e a un riconoscimento della sua annessione di fatto allo Stato ebraico”.
È stata immediata la reazione dell’Autorità nazionale palestinese del presidente Mahmoud Abbas. “Funzionari palestinesi hanno denunciato la misura come una legittimazione implicita dell’espansione coloniale e come un’ulteriore erosione della prospettiva della soluzione dei due Stati” afferma ancora Michele Giorgio. In dichiarazioni ufficiali, l’Autorità nazionale ha accusato Washington di incoraggiare una politica che frammenta ulteriormente il territorio palestinese, rendendo sempre più difficile la continuità geografica di un possibile futuro Stato di Palestina.
Per il governo di Netanyahu, invece, si tratta di una vittoria. La misura è infatti coerente, conclude Michele Giorgio, con la propria posizione secondo cui i cittadini israeliani residenti in Cisgiordania, ossia i coloni, non devono essere trattati in modo differente rispetto a quelli che vivono all’interno dei confini riconosciuti dallo Stato.









