Il procuratore pubblico Moreno Capella ha chiesto per tutti i componenti della cosiddetta banda dei falsi postini una pena detentiva di 24 mesi, da scontare per due di loro. Per gli altri, compreso l’ex dipendente della Posta residente a Pazzallo, considerato dagli inquirenti come il basista del gruppo, la pena dovrebbe essere sospesa con la condizionale.
Nel suo intervento l’accusa ha passato in rassegna tutti gli elementi per sostenere il reato di tentata rapina aggravata. L’aggravante sarebbe data dalla costituzione di una vera e propria banda, considerato il numero di persone coinvolte. Banda giunta da Napoli con un chiaro obiettivo.
Secondo il procuratore pubblico gli indizi raccolti indicano come l’agire degli imputati si possa qualificare nel reato di tentata rapina (subordinatamente di tentato furto). I cinque campani, infatti, hanno in particolare raccolto informazioni dettagliate, grazie all’ex dipendente dell’ex regia federale, sul direttore della struttura postale, sulla data e sulle modalità di consegna dell’ingente somma (si parla di 1'500'000 di franchi destinate all’AVS), sul sistema d’allarme e sul possibile uso di divise da postini.
Per Moreno Capella si deve inoltre sottolineare come le versioni dei primi interrogatori siano diverse da quelle successive, in cui tutti i napoletani hanno parlato, quasi con le stesse parole, di furto e non di rapina. Una strategia difensiva, secondo l’accusa, per evitare l’incriminazione per un reato più grave. La parola è nel frattempo passata ai sei avvocati difensori.
Paolo Beretta
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