La guerra in Medio Oriente potrebbe presto far salire i prezzi di greggio, gas, carburanti e non solo. Il blocco dello Stretto di Hormuz, deciso dall’Iran, ma soprattutto l’insicurezza per il traffico marittimo tengono in ansia i mercati globali. Sono almeno 150 le petroliere bloccate al largo di Iraq, Arabia Saudita e Qatar, i principali produttori di petrolio, dopo la decisione dei pasdaran di chiudere l’accesso al Golfo Persico.
Un blocco marittimo che potrebbe avere conseguenze pesanti. Da Hormuz transitano infatti 20 milioni di barili di petrolio al giorno, in larga parte provenienti dal Qatar, pari al 27% del greggio mondiale.
Per questo i principali Paesi produttori hanno deciso di aumentare i quantitativi, ma la chiusura del principale canale di uscita del greggio porterà inevitabilmente a un aumento dei prezzi.
Lo conferma al Telegiornale Cornelia Meyer, economista ed esperta di materie prime: “Ci saranno sicuramente conseguenze per l’economia globale, perché il petrolio è di gran lunga la materia prima più scambiata al mondo. Se il suo prezzo aumenta, l’intera economia globale se ne accorgerà. L’intero mercato energetico sarà sotto stress, finché queste ostilità continueranno”.
La maggior parte di questo petrolio è destinato all’Asia, in particolare alla Cina, che importa il 90% del petrolio dell’Iran, suo alleato, che dalla chiusura di Hormuz subirebbe un effetto boomerang. Solo il 3,5% del greggio del Golfo finisce invece in Europa, che oggi importa principalmente dagli Stati Uniti, ma che potrebbe comunque risentire dell’aumento del prezzo a livello globale.
Da Hormuz non transitano solo petrolio e gas liquefatto, ma anche altre merci che potrebbero subire ritardi e rincari. Vista la situazione attuale due colossi del trasporto marittimo, l’italo-svizzera MSC e la danese Maersk, hanno sospeso, da domenica e fino a nuovo avviso, il transito delle loro navi nella regione.

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Telegiornale 28.02.2026, 20:00





