ANALISI

Petrolio e gas russi, un ritorno inatteso

Con la crisi in Medio Oriente Mosca sfrutta nuovi flussi e rimane, nonostante le sanzioni dell’UE, un attore centrale del mercato energetico

  • Un'ora fa
Le entrate mensili della Russia legate all’esportazione di combustibili fossili hanno fatto registrare un aumento del 52%

Le entrate mensili della Russia legate all’esportazione di combustibili fossili hanno fatto registrare un aumento del 52%

  • Imago
Di: Stefano Grazioli 

La guerra del Golfo ha innescato l’attuale crisi energetica che si sta facendo sentire in tutto il mondo. Dopo lo shock del 2022 e l’avvio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina da parte della Russia, gli equilibri continentali avevano già iniziato a cambiare, con il disaccoppiamento progressivo tra l’Europa e Mosca. Il conflitto odierno ha portato quindi alla luce la vulnerabilità dei Paesi europei, che si stanno ritrovando in difficoltà a causa della mancanza di alternative per gli approvvigionamenti. L’Unione europea, che ha appena approvato il 20esimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, ha intenzione di proseguire per la strada imboccata, facendo comunque a meno nel futuro degli idrocarburi russi, anche se la guerra tra Mosca e Kiev dovesse finire. La Russia, paese produttore ed esportatore di gas e petrolio, dal canto suo ha ritrovato vigore sui mercati, rafforzando i rapporti energetici verso oriente, approfittando sia della nuova cornice internazionale che del rialzo dei prezzi.

Petrolio verso Cina e India

Secondo gli analisti del CREA (Center for Research on Energy and Clair Air) di Helsinki nel marzo 2026, le entrate mensili di Mosca derivanti dall’esportazione di combustibili fossili, petrolio e gas, hanno registrato un aumento del 52% su base mensile, raggiungendo i 713 milioni di euro al giorno, il valore più alto degli ultimi due anni, mentre i volumi sono cresciuti di un più modesto 16%. L’aumento è stato trainato da un massiccio incremento del 115% delle entrate derivanti in particolare dall’esportazione di greggio via mare. Quattordici spedizioni di prodotti petroliferi provenienti da raffinerie che utilizzano greggio russo, e classificate ad alto rischio secondo le linee guida dell’UE, sono state scaricate comunque in Paesi europei nel mese appena trascorso.

La Russia ha continuato a esportare quantità maggiori di petrolio anche verso la Cina, con un un aumento del 14% su base mensile, il secondo volume più alto dall’invasione su vasta scala dell’Ucraina nel 2022. Anche l’India ha aumentato l’import di greggio da Mosca e lo ha praticamente raddoppiato. A livello mondiale a marzo la Cina si è confermata il principale acquirente mondiale di combustibili fossili russi, rappresentando il 43% (8,5 miliardi di euro) delle entrate da esportazione della Russia provenienti dai primi cinque importatori: il petrolio greggio ha costituito il 78% (6,6 miliardi di euro) degli acquisti cinesi, seguito dal gas (733 milioni di euro) e dai prodotti petroliferi (562 milioni di euro). Per una minima parte Pechino ha anche acquistato GNL (245 milioni di euro).

Gas di nuovo verso l’Europa?

Sempre secondo i numeri del Crea il gas russo è arrivato ancora nell’Unione Europea, soprattutto in Spagna, Ungheria, Belgio, Francia e Bulgaria. Questi cinque maggiori importatori hanno versato alla Russia un totale complessivo di 1,3 miliardi di euro per petrolio e gas, con quest’ultimo, non soggetto a sanzioni che ha rappresentato il 69% dell’importo. In realtà Bruxelles ha deciso lo scorso anno di affrancarsi progressivamente dall’import di oro azzurro russo, con lo stop totale previsto dal 2027. I dati indicano però che sino a questo momento la tendenza è proprio contraria e nello stesso 2025 i Paesi dell’Unione hanno acquistato dalla Russia gas naturale liquefatto comunque per un valore di 7,4 miliardi di euro, mentre la maggior parte del GNL è arrivato in Europa dagli Stati Uniti, per circa 24,2 miliardi di euro.

Gli equilibri insomma sono cambiati, ma è rimasta in definitiva la dipendenza europea, messa appunto ancora più a rischio dalla nuova guerra nel Golfo. Se il conflitto tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha dunque provocato la chiusura dello Stretto di Hormuz, dove passa circa un quinto delle forniture globali di GNL, con conseguente riduzione delle forniture e aumento dei prezzi del gas, ha fatto scalpore il recente appello di Mario Descalzi, amministratore delegato dell’ENI, la maggiore società energetica italiana, affinché l’Unione europea riconsideri i suoi piani di vietare l’import di gas dalla Russia.

Il caso di Nordstream

La questione non è nuova, anche se la voce di Descalzi sul palcoscenico economico-industriale europeo è rimasta per ora isolata. Sul piano politico invece è da tempo che sia in Italia che altrove, dalla Mitteleuropa alla Germania, ossia da quei Paesi che erano e in parte sono ancora dipendenti dagli idrocarburi russi, c’è chi vorrebbe continuare o ricominciare a importare gas e petrolio russi. È la schiera dei partiti cosiddetti sovranisti, di opposizione o di governo, di destra o di sinistra, che spinge per una revisione del rapporto con Mosca, la fine delle sanzioni e il ripristino delle forniture energetiche. Il caso del gasdotto Nordstream, che collega Russia e Germania passando sotto il Mar Baltico è il più emblematico: fatto saltare da un commando ucraino nel settembre del 2022 è ancora fuori uso, ma da più parti se ne chiede la riapertura a conflitto terminato.

Non solo i nazionalpopulisti filorussi della Alternative für Deutschland spingono in questa direzione, ma anche colleghi di partito del cancelliere conservatore Friedrich Merz, come il governatore della Sassonia Michael Kretschmer. Lo scorso anno era stata ventilata anche la possibilità, nella cornice delle trattative tra Russia e Stati Uniti, di un passaggio dei tubi sotto controllo statunitense, con l’acquisto da parte del miliardario Stephen Lynch, vicino a Donald Trump. La realtà al momento è però quella di Nordstream morto e sepolto, con nessuno che vuole farlo davvero resuscitare: adesso nemmeno il Cremlino, che invia sempre più gas verso occidente tramite Turkstream, passando dalla Turchia, e ovviamente con le navi cisterna di GNL, mentre verso oriente è tornato d’attualità il raddoppio del Power of Sibiria, per il collegamento con la Cina. Per un eventuale ritorno al gas russo in Europa rimarrebbero così le vie centrali, attraverso la Polonia e l’Ucraina, ancora intatte, ma asciutte per volontà politica.

immagine
00:47

Quotazioni di gas e petrolio di nuovo in rialzo

Telegiornale 20.04.2026, 20:00

rsi_social_trademark_WA 1.png

Entra nel canale WhatsApp RSI Info

Iscriviti per non perdere le notizie e i nostri contributi più rilevanti

Correlati

Ti potrebbe interessare