Non è mai soltanto sport. In un Coppa del mondo di calcio si intrecciano inevitabilmente storie, significati e messaggi che trascendono il mero evento sportivo. Lo è per un torneo lievitato a 48 squadre. Lo è inevitabilmente per quelli che sono stati etichettati i Mondiali di Trump. Negli Stati Uniti l’entusiasmo per la nazionale di calcio sta crescendo dopo la seconda convincente vittoria, accompagnata dall’euforia dei tifosi negli stadi, Los Angeles prima e Seattle poi, e dalla crescente fiducia (o minor scetticismo) dei giornalisti, specializzati e no.

Il “soccer” ha sostituito basket e baseball sulla prima del New York Post
Le vittorie della squadra guidata da Mauricio Pochettino sono esaltate dai profili social media della Casa Bianca, e assumono addirittura un valore politico e religioso per l’Homeland Security, il Dipartimento della sicurezza interna. I festeggiamenti e i ringraziamenti a fine partita vengono commentati con i versetti della Bibbia, mentre l’USMNT (l’acronimo con cui viene chiamata la selezione americana) viene esaltata dal dipartimento che si occupa di lotta all’immigrazione irregolare e alla difesa delle frontiere con i propri valori e messaggi politici.

Il post dell’Homeland Security prima della sfida con l’Australia
La partita di calcio viene presentata come l’occasione per “difendere la propria patria”, “il proprio territorio”; dopo la vittoria per 2-0 contro gli australiani in un altro post su X - poi cancellato - la difesa statunitense viene esaltata come il muro da costruire al confine col Messico, “costruiamo il muro” (con le stesse parole dello slogan dell’Amministrazione Trump nel primo mandato e durante la campagna elettorale).

La foto nel post pubblicato e poi cancellato dalla Homeland Security
Messaggi politici che accarezzano sentimenti nazionalistici che, paradossalmente, si scontrano con quanto avviene sul campo. Quasi la metà della squadra statunitense è composta da “citizens” di prima generazione o da giocatori provenienti da famiglie di immigrati. Emblematica la storia dell’eroe americano di questo inizio del Mondiali: il 24enne attaccante Folarin Balogun ([foh-LAR-in BAL-uh-gun], con tanto di guida alla pronuncia), che gioca in Francia nel Monaco.

Il 24enne Folarin Balogun, attaccante statunitense nato per caso a Brooklyn
Sua mamma Florence, una nigeriana che viveva a Londra, nell’estate del 2001 si recò a New York a trovare dei parenti quando era già in attesa di Folarin. Al momento di ripartire per l’Inghilterra il personale della compagnia aerea le impedì di salire a bordo per tornare a casa. Così il futuro bomber della nazionale a stelle e strisce nacque il 3 luglio a Brooklyn. Due mesi dopo fece ritorno nel Regno Unito, con la cittadinanza americana come suo diritto di nascita. Ancora oggi, nelle conferenze stampa post-partita Balogun si esprime con l’accento inglese. Non parla del valore politico della sua convocazione, ma in questo periodo in cui la Presidenza Trump ha chiesto alla Corte Suprema di limitare il 14esimo Emendamento, il “Birthright citizenship”, il diritto alla cittadinanza, la sua vicenda è emblematica. Sullo ius soli la Corte Suprema dovrebbe esprimersi entro la fine di giugno, ma a suon di goal il tema serpeggia parlando di calcio.

Mondiali, highlights di USA-Australia (LA2 Sport Live 19.06.2026, 21h00)
RSI Sport 19.06.2026, 23:16
Nel Mondiale americano che aveva provocato interrogativi e sconcerto per i controlli alle frontiere e i convocati respinti, la nazionale di casa conta 6 giocatori nati all’estero e ben 12 che avrebbero potuto optare per un’altra nazionale. Il numero venti degli USA, Folarin Balogun, è divenuto l’imprevisto portabandiera della realtà americana, al di là dei proclami dell’Amministrazione.

Balogun premiato due volte come MVP contro Paraguay e Australia
Il 14esimo Emendamento era stato concepito per riparare una ferita (il fatto che agli schiavi afroamericani venisse escluso il diritto alla cittadinanza), non per segnare gol ai Mondiali.
Doveva dare una patria a chi ne era stato escluso, non un centravanti alla nazionale americana. Eppure, l’America è fatta così: una catena di coincidenze che, raccontate all’indietro, sembrano inevitabili. Qui lo chiamano destino. Ma il destino, spesso, non è altro che una serie di incidenti andati a buon fine.

Mondiali di calcio e industria dell'intrattenimento
Telegiornale 18.06.2026, 20:00










