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A “Teherangeles” il tifo diventa politica e il Mondiale divide gli iraniani

A Los Angeles vive la più grande diaspora iraniana d’America. L’esordio dell’Iran alla Coppa del mondo 2026 riaccende fratture mai sopite

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03:20

Calcio: nella notte l'esordio dell'Iran

Telegiornale 15.06.2026, 20:00

Di: Massimiliano Herber (con Fabien Ortiz) 

L’ultima volta che la nazionale iraniana giocò a Los Angeles era in amichevole contro gli USA nel gennaio 2000. “Finì 1 a 1 e fu una festa per tutti gli iraniani, oggi - spiega amaro Amir Tabakh - non è più così”. Amir è tra i fondatori dell’Arya Football Club, una squadra di calcio di esuli iraniani creata nel 2014. Nader Adeli è il suo coach e non vede l’ora di vedere il Team Melli, come è chiamata la selezione nazionale, esordire alla Coppa del Mondo 2026.

Il campo di allenamento dell’Arya FC a Oak Park, L.A

Il campo di allenamento dell’Arya FC a Oak Park, L.A

  • RSI

“Sarà l’occasione - dice il 68enne al Telegiornale RSI - per riunire il Paese e per mostrare al mondo l’altro volto del popolo iraniano: che siamo umili, pacifici e riusciamo a cavarcela nonostante la guerra”. Nader ha lasciato l’Iran nel 1979, quando aveva soli 19 anni, è cittadino americano e non vuole parlare di politica, anche perché - ammette - è dal 1981 che non torna a Teheran, “non voglio sembrare ideologicamente nostalgico”. Quando le domande toccano l’attualità, ripete di non voler mischiare sport e politica. Il debutto iraniano contro la Nuova Zelanda coincide con l’annunciato accordo tra Stati Uniti e Iran, ma lui è cauto, anzi scettico: “Non crederò a una pace fino a quando non ci sarà un’ambasciata americana a Teheran”.

Nader Adeli, allenatore Arya FC

Nader Adeli, allenatore Arya FC

  • RSI

A Los Angeles vive la più grande comunità iraniana negli Stati Uniti. Nell’area metropolitana abitano oltre 700mila iraniani stabilitivisi dalla fine degli anni Settanta. Il fulcro culturale e commerciale della diaspora è il quartiere di Westwood, nella parte occidentale della città, tanto da essere soprannominato “Teherangeles”. Qui si concentrano negozi e locali con insegne in farsi e si trova anche la cosiddetta “Persian Square”.

La stragrande maggioranza della diaspora è contraria alla Repubblica Islamica e sostiene il figlio dell’ex scià Reza Pahlavi. Non è un caso che dall’inizio della guerra le manifestazioni di piazza più partecipate si siano svolte qui in California.

Manifestanti iraniani davanti al Federal Building di Westwood, Los Angeles

Manifestanti iraniani davanti al Federal Building di Westwood, Los Angeles

  • RSI

L’arrivo della nazionale di calcio appassiona e divide. Per la partita gli attivisti anti-regime hanno distribuito a chi era in possesso del biglietto una maglietta con la bandiera dell’Iran pre-rivoluzione. Un vessillo considerato politico dalla FIFA e vietato all’interno negli stadi. Così gli iraniani di Los Angeles vogliono mandare un messaggio a Teheran e al mondo intero. 

Assal Pahlevan, attivista a capo della protesta anti-Regime iraniano a Los Angeles

Assal Pahlevan, attivista a capo della protesta anti-Regime iraniano a Los Angeles

  • RSI

“Non è la nostra nazionale, ma la squadra del regime!”, spiega Assal Pahlevan, attivista ed ex giornalista cresciuta a Parigi dopo la fuga dall’Iran. Lei guiderà la protesta al SoFi Stadium, non tiferà contro la selezione del suo paese, dice, ma - a malincuore - non vuole che vinca: “Spero di no, perché il Regime ne approfitterebbe per la sua propaganda”. Non solo perché si parla di tifo, ma i toni si scaldano velocemente. Per le strade di Teherangeles circolano furgoni con slogan a sostegno del Team Melli, una provocazione nei confronti dei sostenitori dello scià. Alla guida autisti ispanici che dicono di non sapere chi abbia commissionato l’iniziativa. Al passaggio davanti ai manifestanti anti-regime è tutto un gridare slogan e uno sventolio di bandiere. Emblema delle divisioni che serpeggiano e che fanno a pugni con l’ambizione dello sport e dei Mondiali di calcio di voler riunire i popoli. A Los Angeles, per gli iraniani d’America il tifo è divenuto un dilemma identitario.

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