È tempo di bilanci per la prima parte del viaggio di Papa Francesco in Asia. Oggi, giovedì 15 gennaio, si volta pagina, l'aereo lascia l'aeroporto di Colombo, Sri Lanka, in direzione Manila, Filippine. Da un Paese in cui i cattolici sono forte minoranza alla più popolosa nazione cattolica d'Asia.
Nello Sri Lanka, Bergoglio ha tentato di posizionare la Chiesa al centro del difficile processo di pacificazione nazionale. La storia degli ultimi giorni sembra avergli dato una mano. Non c'è più il presidente storico della lotta al popolo tamil, Rajapaksa, ma il neo-eletto Sirisena, che nel suo vocabolario sembra possedere le parole pace e dialogo. I cattolici sono forte minoranza ma da sempre - con le loro ali, la comunità tamil e quella cingalese - hanno giocato, insieme ai loro Vescovi, un ruolo ponte.
Papa Francesco ha messo il suo sigillo a questa politica, con parole chiare, aperte alle diverse identità di una terra divisa: le varie tradizioni religiose - ha detto al suo arrivo, lunedì - hanno un ruolo essenziale da giocare nel delicato processo di riconciliazione e di ricostruzione nazionale. Dunque, nello Sri Lanka, ma non solo, nella visione di Bergoglio le religioni rappresentano elementi unitivi fondamentali, in giorni in cui in a Parigi è risuonato il nome di un Dio usato come arma per uccidere e dividere.
È curioso, mentre Papa Francesco abbracciava - anche fisicamente - i rappresentanti delle diverse religioni dell'isola nell'Oceano Indiano, dai siti dei cattolici conservatori europei arrivava un monito: la Chiesa deve solo rappresentare la Verità che ha incontrato, non mettere sullo stesso piano cattolicesimo e altre sensibilità. Francesco vuole il dialogo con i lontani, riaprendo la stagione del Concilio Vaticano II. Per qualcuno in casa sua quella stagione va nuovamente messa tra parentesi.
Bruno Boccaletti






