Andrea Vosti, corrispondente RSI
Ci eravamo incontrati alla frontiera tra l’Arizona e il Messico, in una limpida alba dello scorso ottobre. Allora, a dividerci e a dividere Rustam dal suo sogno americano, c’erano le sbarre d’acciaio del muro di Trump. Attraverso quelle sbarre Rustam mi aveva raccontato le peripezie del viaggio della sua famiglia – moglie e tre bambini – in fuga dalla Cecenia di Ramzan Kadirov, il macellaio di Putin: il viaggio in taxi da Grozny alla frontiera con il Kazakistan, l’attesa di un volo per Dubai, quindi l’aereo per Città del Messico e infine il viaggio in autobus fino al confine con gli Stati Uniti.
“Alla frontiera le famiglie vengono separate, uomini da una parte e donne e bambini dall’altra” racconta Rustam, che oggi vive in New Jersey in attesa di una decisione sulla sua domanda di asilo. “Ma in generale devo dire che siamo sempre stati trattati con rispetto”.

Il muro d’acciaio eretto da Donald Trump lungo la frontiera tra Stati Uniti e Messico
In Cecenia Rustam lavorava come ingegnere informatico, non era politicamente attivo, ma in alcune occasioni aveva postato commenti critici nei confronti del regime di Kadirov in una chat di oppositori del regime. Per questo è finito due volte in un centro di detenzione clandestino.
In fila per salire sull’autobus verso il centro di identificazione delle Border Patrol
“Quello di Kadirov non è un governo, sono dei gangsters” spiega Rustam. “Ti vengono a prendere a casa e ti sbattono in prigione, ti torturano. E per lasciarti andare i suoi scagnozzi chiedono soldi ai tuoi famigliari”. Con l’invasione russa dell’Ucraina, la situazione per Rustam si è quindi fatta insostenibile. “Se sei un giovane uomo non hai scelta: devi andare a combattere la guerra santa di Putin e uccidere degli ucraini” racconta Rustam.
Qualche mese dopo quel primo incontro alla frontiera, ci siamo rivisti a Union City, in New Jersey, dove Rustam ha trovato lavoro – in nero – come magazziniere per una ditta di trasporti. La skyline di Manhattan è appena al di là del fiume Hudson. “Alla sera quando torno dal lavoro e guardo la skyline di New York, in fondo alla via, mi sembra di essere dentro un film” sorride Rustam.

Rustam, la moglie e i tre figli il giorno del loro arrivo alla frontiera
Un film che ora attende il suo happy ending, il suo lieto fine. Il prossimo 7 luglio Rustam e la sua famiglia dovranno presentarsi al Tribunale dell’immigrazione per una seconda udienza; quindi, entro fine anno dovrebbe arrivare una decisione definitiva sulla richiesta di asilo politico. Tutto questo mentre l’amministrazione Biden, anche in ottica elettorale, si prepara a irrigidire i criteri di ammissione nel paese per contrastare l’ondata di migranti che preme alla frontiera meridionale.
“Speriamo di poter restare in America” dice Rustam. “Perché se torno in Russia, in Cecenia, mi ammazzano”.

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