Il Cile e Betlemme stanno con ogni probabilità agli antipodi, come la Svizzera e la Nuova Zelanda. Eppure, se percorrete le strade di una delle principali città del Cile, rischiate di imbattervi con facilità in un discendente delle famiglia storiche di Betlemme. Perché i cristiani scappano dalla città di Gesù e scelgono il Sudamerica, dove hanno un nugolo di parenti.
Hanno iniziato a farlo nell’Ottocento, quando gli ottomani sfregiavano a fucilate i volti dei santi nella Basilica della Natività. E continuano a farlo oggi. Ma non sono più i musulmani i responsabili. “Betlemme è una città murata”, ci ha spiegato la sindaca cristiana, Vera Baboun. Murata da Israele, dopo la seconda Intifada. L’effetto è visibile: passare dai Territori occupati a Gerusalemme è un percorso ad ostacoli per i lavoratori frontalieri, gli ammalati in cerca di un ospedale decente, gli imprenditori che piazzano la loro merce nei circuiti religiosi in Israele. Chi può fugge, soprattutto se ha in tasca un diploma o una laurea. A Betlemme, sono i cristiani ad avere l’istruzione migliore. Il sapere è una sorta di condanna all’esilio.
Oggi i cristiani in città sono solo 17'000, il 28% della popolazione totale. Un piccolo resto. E guardano ai cristiani d’Occidente con amara disillusione. Perché molti pellegrini scivolano loro accanto senza interpellarli, discutere con loro, abbracciare le loro difficoltà. “Noi siamo le pietre vive”, ci ha raccontato la sindaca cristiana, “ma voi dovete entrare in rapporto con noi. Noi siamo la campana che continua a suonare per voi”. In molti non hanno tempo di ascoltare quei rintocchi: scendono dai bus turistici per un frettoloso giro in Basilica, poi risalgono e via, verso la prossima tappa.
Bruno Boccaletti





