Per tre giorni la terra si è mescolata al sangue e il cielo ha sentito le urla di decine di migliaia di animali uccisi. Il più grande sacrificio di massa al mondo si è appena consumato a Bariyarpur, un villaggio nepalese vicino al confine con l’India, in occasione della festività dedicata alla dea induista Gadhimai, cominciata martedì.
Una tradizione secolare che ha luogo ogni cinque anni. L’ultima volta, nel 2014, gli animali uccisi sono stati almeno 200mila, tra bufali, capre, pecore, ratti, piccioni e polli. Gli animali vengono sacrificati nel corso di tre giorni da centinaia di macellai, selezionati tra i pellegrini, tramite decapitazione.
Il sacrificio, che richiama milioni di pellegrini da tutta la regione, è da anni al centro delle accuse di animalisti. “In tutto questo non c’è niente di spirituale, nessuna compassione. È solo un inutile sport”, hanno denunciato gli attivisti. Ma per ora nulla è cambiato. A settembre però la Corte Suprema nepalese ha ordinato al governo di elaborare un progetto di legge per rendere illegale il sacrificio.






