GUERRA IN MEDIO ORIENTE

Petrolio e impianti colpiti: danni che pesano su mercati e tasche

Le infrastrutture prese di mira nel Golfo, i tempi e le spese per il loro ripristino: un costo che “sarà fatto pagare ai consumatori finali”, anticipa un esperto

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Una colonna di fuoco e fumo nell'area della raffineria di Fujeirah, negli Emirati arabi uniti, dopo l'attacco di un drone iraniano

Una colonna di fuoco e fumo nell'area della raffineria di Fujeirah, negli Emirati arabi uniti, dopo l'attacco di un drone iraniano

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Di: Alex Ricordi 

I colloqui fra USA e Iran dello scorso fine settimana si sono così conclusi con un nulla di fatto. Sarà ora da vedere in che misura reggerà la tregua entrata in vigore fra i due Paesi prima dei colloqui. Ma intanto più di 40 giorni di conflitto hanno prodotto pesanti distruzioni e ripercussioni a livello globale sui mercati del petrolio. Da diverse settimane i consumatori debbono quindi fare i conti con una sensibile crescita dei prezzi dei carburanti: un dato da ricondurre alle difficoltà e al clima d’incertezza per gli approvvigionamenti e alla chiusura di una via nevralgica come lo Stretto di Hormuz.

Davide Tabarelli, promotore di una società di ricerca sull'energia e sull'ambiente, è docente presso l'Università di Bologna

Davide Tabarelli, promotore di una società di ricerca sull'energia e sull'ambiente, è docente presso l'Università di Bologna

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Che dire però sugli impianti per la lavorazione e lo stoccaggio del petrolio che sono stati colpiti? Quanto occorrerà affinché possano essere riparati e tornare a regime? L’Iran, dopo i danni ai propri siti, stima di poter tornare entro 1-2 mesi al 70-80% delle capacità produttive che aveva prima della guerra. Ma agli attacchi di USA e Israele il regime ha reagito prendendo di mira, con razzi e droni, impianti situati in vari Paesi del Golfo Persico. “Quelli che hanno subito più danni” si trovano “in Arabia Saudita, nel Qatar e negli Emirati Arabi Uniti” rammenta Davide Tabarelli, esperto del settore energetico e docente all’Università di Bologna. Quanto alla rilevanza per il mercato internazionale degli idrocarburi, essa “è molto alta”, sia in relazione ai danni subiti dai Paesi a meridione del Golfo Persico, ossia quelli filoccidentali del Consiglio di cooperazione del Golfo (GCC), sia alla luce di quelli riportati dall’Iran.

Volendo dare un ordine di grandezza, è possibile “stimare che dei 20 milioni di barili al giorno” di petrolio “che uscivano normalmente prima della guerra”, a risentire dei danni “è il 20-30%”. E la prospettiva, aggiunge l’esperto, è che “fino a 5 milioni di barili al giorno avranno dei problemi a ripartire”. Circa invece i tempi imposti dai danni agli impianti, “per ripartire saranno necessari almeno 2-3 mesi, ma sarà tutto un percorso molto lento”. Tanto che “un totale ripristino necessiterà di circa un anno”. Alla problematica dei tempi si aggiunge quindi quella dei costi. Gli investimenti necessari per le riparazioni “non sono ancora stati stimati”, ma si situano comunque “nell’ordine di diversi miliardi” di dollari. Ora, “l’industria petrolifera è molto ricca”, ma ad ogni modo un dato appare certo: “Questo”, osserva Tabarelli, “sarà un costo che verrà fatto pagare ai consumatori finali”.

Prezzi già in ascesa dall'inizio del conflitto: quale sarà l'ulteriore fattura a carico dei consumatori?

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Prospettiva davvero non confortante, per tutti i consumatori già alle prese con forti rincari dei prezzi alla pompa. E dire che “di petrolio nel mondo ce n’è tantissimo e la capacità di raffinazione è un’industria matura”. Pertanto i maggiori costi riconducibili al conflitto potranno “essere facilmente compensati”. Inoltre i prezzi del petrolio, se si tornerà alla normalità, “torneranno abbondantemente sotto i 100 dollari” al barile. Intanto però cosa dovranno fare, per sostenere al meglio la loro produzione, gli Stati del Golfo che sono stati presi di mira? “I Paesi con impianti danneggiati”, risponde l’esperto, “dovranno preoccuparsi di bypassare lo Stretto di Hormuz, costruendo delle pipeline che arrivino direttamente al Mar Rosso” oppure sull’Oceano Indiano: un’opzione certamente onerosa, come abbiamo avuto modo di spiegare in un precedente approfondimento, ma che la gravità del conflitto ha riportato decisamente d’attualità.

A trarre invece vantaggio dalla crisi non possono che essere, evidentemente, Paesi produttori al di fuori dell’area scossa dal conflitto. E in particolare, segnala Tabarelli, “nuove produzioni che si stanno affacciando da qualche anno sul mercato internazionale”, come nel caso del Brasile, della Guyana, della Nigeria, del Congo e dell’Angola. Ma a profilarsi è anche il rischio di un’accresciuta dipendenza dall’America. Infatti, “anche gli Stati Uniti trarranno vantaggio, perché è la produzione che è aumentata di più”. E intanto, sottolinea l’esperto, l’Europa “che si affaccia sull’Atlantico sta dipendendo in maniera crescente proprio dalle importazioni dagli USA”.

Pompieri al lavoro a inizio marzo, in un sito industriale del Bahrein, per domare l'incendio causato dalla caduta di un proiettile iraniano

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Fin qui, gli scenari allo stato presente. Sempre che un’eventuale ripresa del conflitto non finisca per causare nuovi danni, riporti turbolenze sui mercati e imponga ulteriori costi che, in ultima analisi, ricadrebbero sulle spalle dei consumatori.

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Due settimane di cessate il fuoco in Iran

Telegiornale 08.04.2026, 20:00

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