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Stretto di Hormuz chiuso: shock petrolifero in vista?

Il prezzo dell’oro nero è in forte aumento dall’inizio della guerra in Iran. Se il passaggio marittimo resterà bloccato, la situazione peggiorerà a fine settimana con l’arrivo delle ultime petroliere dal Golfo

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Un terminal per il petrolio a Bruxelles, Belgio

Un terminal per il petrolio a Bruxelles, Belgio

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Di: Mathilde Farine (RTS), servizio originale - Redazione RSI Info, adattamento in italiano

Il prezzo del petrolio è in forte aumento dall’inizio della guerra in Iran e il rischio di carenza cresce, così come le pressioni inflazionistiche. La situazione peggiorerà se lo stretto di Hormuz resterà bloccato, perché le ultime petroliere provenienti dal Golfo arriveranno a destinazione a fine settimana.

I prezzi dell’oro nero aumentano da un mese, con il barile scambiato intorno ai 110 dollari questa settimana. Se è ancora presto per parlare di shock petrolifero, il conto alla rovescia è iniziato: se il conflitto in Medio Oriente continua, è questione di giorni, avverte Thierry Bros.

Per questo docente di SciencesPo Parigi e specialista dell’energia, intervistato da RTS, ciò che differenzierà lo shock petrolifero da una semplice situazione di prezzi elevati è la durata della chiusura dello stretto di Hormuz, che collega il Golfo Persico e il Golfo di Oman. Prima dell’inizio del conflitto, un barile su cinque della produzione mondiale passava da questo stretto.

La Matinale di RTS del 31.03.2026:

Situazione critica a fine settimana

Se lo stretto sarà ancora chiuso alla fine di questa settimana, la situazione diventerà critica. “A quel punto, dopo cinque settimane di conflitto, saremo certi di avere uno shock petrolifero”, prevede Thierry Bros. Perché le ultime navi che hanno attraversato questo passaggio prima della sua chiusura saranno arrivate a destinazione.

È in quel momento che l’Europa sentirà la mancanza di greggio e i prezzi rischiano di balzare a 150 dollari, o anche di più. Per ora, la crisi è confinata all’uscita dello stretto di Hormuz, prosegue l’esperto: “Se volete davvero del petrolio fisico all’uscita dello stretto di Hormuz, non ne troverete. O forse a quasi 200 dollari al barile. Ma questa crisi non si è ancora trasferita al mercato della quotazione del barile di Brent perché in Europa non abbiamo ancora questa sensazione di mancanza di petrolio”.

Dieci anni di crescita cancellati

Ciò che potrebbe quindi accadere alla fine della settimana se non si trova alcuna soluzione per riaprire lo stretto. Le conseguenze per l’economia mondiale sarebbero “terribili”, secondo Thierry Bros. “Il petrolio è ciò che fa girare le nostre vite, il nostro modo di vita occidentale”, prosegue.

Circa 20 milioni di barili passano ogni giorno attraverso lo stretto di Hormuz in tempi normali. Se se ne ottenesse solo la metà perché l’Arabia Saudita può esportarne e l’Agenzia internazionale dell’energia distribuisce riserve strategiche, la crisi sarebbe meno violenta. “Ma se ci mancano 10 milioni di barili al giorno, ciò corrisponde alla crescita economica del mondo in dieci anni. Quindi senza alternative, cancelleremo circa dieci anni di crescita economica”.

La crisi non si fa tuttavia sentire allo stesso modo su tutto il globo. Diversi Paesi asiatici, fortemente dipendenti dallo stretto di Hormuz, mancano già di petrolio. Non è ancora il caso dell’Europa. Gli Stati Uniti se la cavano meglio, perché sono il primo produttore mondiale di greggio e non ne mancheranno. Tuttavia, sottolinea ancora Thierry Bros, dovranno anche loro pagare prezzi più elevati.

La Svizzera non è in situazione critica

Secondo l’Ufficio federale per l’approvvigionamento economico, la situazione in Medio Oriente non comporta per ora un rischio di carenza petrolifera per la Svizzera. Il Paese si rifornisce al di fuori di questa regione, importando metà del suo petrolio dagli Stati Uniti e oltre il 30% dalla Nigeria.

Inoltre, dispone di solide riserve che le permetterebbero di coprire la domanda nazionale per quattro mesi e mezzo. È più degli Stati Uniti, della Germania o della Francia che dispongono ciascuno di tre mesi di riserve. Berna non le ha ancora toccate, contrariamente a diversi Paesi membri dell’Agenzia internazionale dell’energia che hanno sbloccato a metà marzo parte delle loro riserve petrolifere.

In totale, la Svizzera conta più di 14 milioni di barili di benzina e gasolio e più di 8 milioni di barili di olio combustibile, che sono stoccati nelle riserve obbligatorie del Paese. Sono distribuite in quasi tutti i Cantoni. Queste scorte appartengono alle compagnie petrolifere che le commercializzano e non sono mai state utilizzate negli ultimi decenni. Possono quindi essere liberate in qualsiasi momento se necessario.

Ancora in calo il costo dei derivati del petrolio
01:52

Aggiornamento su petrolio

SEIDISERA 30.03.2026, 18:00

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