L’attacco di Israele e Stati Uniti all’Iran ha riacceso un allarme globale che ormai ritorna ciclicamente: la fragilità di un sistema energetico ancora basato sui combustibili fossili. Nel giro di tre settimane il prezzo del petrolio è schizzato del 50%, quello del gas naturale è raddoppiato, riportando alla memoria l’ondata inflazionistica del 2022. Una dinamica, ricorda l’economista Mario Pianta, alimentata da «un mercato del gas dominato da logiche speculative, non legate ai flussi reali».
Nonostante gli impegni internazionali sul clima, molti Paesi hanno rallentato o invertito la transizione energetica. Gli Stati Uniti, osserva Pianta, «stanno facendo passi indietro drammatici incoraggiando l’espansione del petrolio», mentre l’Europa rimane esposta a un prezzo del gas ancora determinato dal mercato TTF di Amsterdam, che rende l’intero sistema vulnerabile a ogni shock geopolitico.
In questo scenario si inserisce il paradosso svizzero: un mix energetico relativamente pulito grazie a idroelettrico e nucleare, ma una forte dipendenza dal gas europeo per il riscaldamento. «Il prezzo del gas ad Amsterdam influenza comunque quello dell’elettricità anche per noi», spiega Generoso Chiaradonna, sottolineando come la Svizzera resti esposta alle oscillazioni del mercato continentale nonostante il franco forte contribuisca a frenare l’inflazione importata.
Ma le crisi – dall’Ucraina all’Iran – possono funzionare anche da acceleratore. Secondo Pianta, Paesi come Spagna e Danimarca dimostrano che «investire nelle rinnovabili significa ridurre i costi e costruire nuove filiere industriali». Modelli nei quali l’energia pulita non è solo un’opzione ecologica, ma una strategia economica capace di aumentare l’autonomia e generare sviluppo.
Chiaradonna invita però alla prudenza: prezzi alti del petrolio incentivano anche lo sfruttamento di risorse non convenzionali. «Più il petrolio sale, più torna conveniente il fracking», osserva citando il maxi-investimento da 6 miliardi di Mercurio Energy Group in Argentina.
La transizione non è quindi automatica: dipenderà dalle scelte politiche, dagli investimenti e dalla capacità di superare resistenze industriali consolidate. Ma una cosa è chiara: ogni crisi energetica rende più evidente l’urgenza di un cambiamento strutturale. Perché, come conclude Pianta, «uscire dalle fossili non è solo una questione ambientale: è l’unico modo per sottrarsi a instabilità e ricatti geopolitici».

Energie rinnovabili contro la guerra
Alphaville 01.04.2026, 12:05
Contenuto audio






