Qaa sorge a pochi chilometri dal confine siriano, nel nord del Libano: è un piccolo villaggio cristiano che conosce la guerra da generazioni e che oggi si ritrova di nuovo al centro di tensioni che non sembrano avere fine. Ai timori per i bombardamenti israeliani si aggiunge ora quello di un possibile intervento della Siria, il cui nuovo governo potrebbe voler regolare i conti con Hezbollah, la milizia sciita che durante la guerra civile siriana aveva fornito supporto all’ex dittatore Bashar al Assad.

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Il sindaco che fermò un attentatore con la pistola
Bachir Mattar, sindaco di Qaa, ricorda ancora quella notte del 2016. “Erano le quattro del mattino. C’era un ferito e mi sono girato: da quella direzione arrivava un’altra persona. Gli ho chiesto chi fosse, non mi ha risposto. Era a circa sei metri. Ha estratto un ordigno, voleva farsi esplodere”, racconta al Telegiornale della RSI. Mattar ha tirato fuori la pistola e ha abbattuto l’attentatore. Ma era già troppo tardi: una prima esplosione aveva già causato decine di morti e feriti. Era l’apice di un’ondata di attacchi portati avanti da militanti dello Stato Islamico che attraversavano il confine per colpire la comunità cristiana.

Qaa
Le ferite aperte della comunità
Ektimal Touma era lì e ancora oggi fatica a nascondere il rancore: “Non li amiamo perché ci hanno delusi. Quando sono uscita sulla strada ho visto ovunque resti umani, è stata una scena raccapricciante. Come puoi amare i siriani, che oggi sono qui come profughi? Si sono presi le nostre terre e il nostro paese”.
Una diffidenza che, come spiega Michel Mattar, uno dei dieci agenti di polizia del villaggio, affonda le radici molto lontano. “Nel 1978 i siriani hanno ucciso quindici persone qui nel nostro villaggio”, ricorda. E oggi quella paura è tornata. “Non sappiamo se i siriani entreranno in Libano o no. Non sappiamo se Israele ci attaccherà. Prima c’erano i terroristi. Ci sono sempre cattive sorprese”.

Un Cristo a braccia aperte sulla frontiera
Gli adulti della comunità preferiscono tacere, il peso dei ricordi è troppo grande. I giovani guardano invece al presente con più fiducia: “Io mi sento al sicuro perché qui c’è l’esercito e da quando sono nata non ho visto nulla di brutto”, dice una ragazza del villaggio.
Sulle alture che dominano Qaa, una statua di Cristo tende le braccia verso l’orizzonte: verso la Siria, verso Israele, verso chiunque. Un messaggio di speranza, nell’attesa che si possa finalmente parlare di pace.









