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Quale futuro per Taiwan con il nuovo presidente?

Nel suo discorso di insediamento, Lai Ching-te, ha aperto al dialogo, ma ha anche definito Pechino una minaccia - Intanto un clima divisivo rischia di caratterizzare i prossimi 4 anni della politica taiwanese

  • 20 maggio, 18:10
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Lai Ching-te

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Di: Lorenzo Lamperti

Esce Tsai Ing-wen, entra Lai Ching-te (noto anche con il nome britannico di William Lai). Nonostante possa venire spontaneo pensare il contrario, visto che si tratta di due compagni di partito, a Taiwan potrebbero cambiare diverse cose. Lunedì 20 maggio è stato il giorno dell’insediamento del neo presidente Lai, oltre quattro mesi dopo le elezioni vinte lo scorso 13 gennaio. Il suo discorso di inaugurazione era molto atteso, sia sul fronte interno che su quello internazionale, per cogliere elementi di continuità o di discontinuità con la leader uscente Tsai. Attenzione particolare, ovviamente, dagli Stati Uniti e dalla Cina, che continua a rivendicare Taiwan come parte del suo territorio.

Nonostante, a parole, Lai abbia costruito tutta la sua campagna elettorale nel presentarsi come la perfetta copia della prima presidente donna di Taiwan, ha una storia molto diversa da quella di Tsai. Anzi, ne è stato a lungo un acerrimo rivale all’interno del Partito progressista democratico (DPP). Tsai è una delle esponenti più moderate e centriste del partito che ha tradizionalmente posizioni filo indipendentiste. Lai ha invece occupato fino a qualche mese fa una posizione apicale nella potente fazione New Tide, che si attesta su posizioni più radicali sul tema della sovranità taiwanese. Nel 2019, dopo la batosta alle elezioni locali del 2018, ha sfidato Tsai alle primarie in vista delle presidenziali del 2020. Minacciando la scissione dopo un doppio rinvio orchestrato dalla presidente. La frattura si è poi ricomposta in extremis con la promessa della vicepresidenza per Lai, che da quando ha capito che sarebbe stato il candidato per le elezioni del 2024 ha fortemente smussato le sue uscite pubbliche sul tema dell’indipendenza e dei rapporti con Pechino.

Nel suo discorso di inaugurazione, il nuovo presidente ha aperto al dialogo, ma ha anche definito Pechino una minaccia, usando toni molto più accesi di quelli impiegati da Tsai nel 2016 e nel 2020. “Chiedo alla Cina di interrompere le intimidazioni politiche e militari contro Taiwan e di lavorare insieme a Taiwan per mantenere la pace”. È la richiesta più diretta avanzata a Pechino, insieme a quelle di riconoscere la realtà che Repubblica di Cina e Repubblica Popolare sono due entità separate e non interdipendenti l’una dall’altra. E ancora, quella di rispettare la “volontà della popolazione taiwanese”. Concetti già espressi in campagna elettorale, ma è molto diverso esplicitarli durante il discorso di insediamento. La parola chiave è status quo, che significa niente unificazione con la Cina continentale e niente indipendenza formale. Ma il discorso di Lai, considerato un “secessionista” da Pechino, ha meno cautele e maggiore afflato retorico rispetto al cauto e strategico grigiore di Tsai. Lai ha dato maggiore enfasi alle differenze che separano Taiwan e Cina continentale. A partire da quelle politiche: Lai ha ripetuto 31 volte la parola “democrazia” e ha promesso un rafforzamento delle relazioni con gli Stati Uniti.

Il nuovo presidente ha aperto al dialogo con il leader cinese Xi Jinping, menzionando possibili accordi su turismo e ricerca. Ma ha aggiunto di non farsi illusioni: “Anche se facessimo compromessi sulla sovranità, il desiderio della Cina di annettere Taiwan non sparirebbe”, ha detto Lai, in un messaggio rivolto all’opposizione taiwanese dialogante con Pechino. Particolarmente significativo il seguente passaggio: “Finché ci identifichiamo con Taiwan, Taiwan appartiene a tutti noi - a tutti i popoli di Taiwan, a prescindere dall’etnia e da quando siamo arrivati. Alcuni chiamano questa terra Repubblica di Cina, altri Repubblica di Cina Taiwan, altri ancora Taiwan; ma qualunque di questi nomi noi stessi o i nostri amici internazionali decidiamo di usare per chiamare la nostra nazione, risuoneremo e risplenderemo lo stesso”. Agli occhi di Pechino, un tentativo di desinizzazione e un tentativo di “taiwanesizzare” la cornice della Repubblica di Cina, perseguendo una sorta di indipendenza taiwanese mascherata.

Lai ha parlato per circa trenta minuti, in coda a una lunga cerimonia tanto austera e formale all’interno del palazzo presidenziale di Taipei, quanto colorata e folkloristica al suo esterno tra costumi, cavalli arcobaleno, musica ed esibizioni delle minoranze etniche.

Quando la leader uscente ha compiuto il passaggio del testimone, in molti tra i presenti non hanno nascosto un velo di tristezza. Tsai lascia con una popolarità intorno al 50%, un dato quasi doppio rispetto ai due predecessori Ma Ying-jeou (2008-2016) e Chen Shui-bian (2000-2008). I suoi otto anni al governo sono stati complicati e turbolenti. Ha promosso un sentimento identitario di alterità rispetto a quello cinese, ma muovendosi sempre dentro il sovente angusto reticolo formale della Repubblica di Cina il nome ufficiale con cui Taiwan è indipendente de facto, retaggio del ripiegamento sull’isola del nazionalista Chiang Kai-shek dopo la sconfitta contro i comunisti di Mao Zedong nella guerra civile (1949). Soprattutto, a livello politico, è riuscita ad appropriarsi della retorica dello status quo, la soluzione preferita della stragrande maggioranza dei taiwanesi sui rapporti con Pechino. Ciò significa no alla “unificazione” (o “riunificazione” come la chiama il PCC), ma no anche a una dichiarazione di indipendenza formale come Repubblica di Taiwan. Un passo che reciderebbe qualsiasi legame col “mondo cinese”. Si è trattato di una rivoluzione, visto che il DPP è sempre stato percepito come un partito filo indipendentista, mentre il KMT è tradizionalmente il garante dello status quo, grazie alla sua posizione dialogante con Pechino che ha portato a delle concessioni, accompagnate però secondo i critici alla cessione di pezzi di sovranità. La svolta è stata favorita dalla repressione delle proteste di Hong Kong e dalla postura più assertiva della Cina continentale, che ha portato anche i più possibilisti a respingere l’ipotesi di accettare il modello “un Paese, due sistemi” applicato nell’ex colonia britannica e che Xi Jinping vorrebbe introdurre anche a Taiwan.

Non solo. Tsai ha internazionalizzato la questione taiwanese, enfatizzando il ruolo strategico per l’economia globale ricoperto dai suoi microchip. Ma anche presiedendo importanti passi avanti sui diritti civili, il cui piu importante è stata senz’altro le legalizzazione dei matrimoni tra persone dello stesso sesso, frutto di una sentenza della Corte Costituzionale. Tra i suoi ultimi atti da presidente, ha accolto la drag queen Nymphia Wind, vincitrice di un concorso internazionale. Restano però dei problemi irrisolti, nonostante le promesse di otto anni fa. In primis i salari bassi, l’irreversibile calo demografico e le difficoltà dei giovani ad acquistare casa.

È su questi temi che Lai ha promesso un cambio di passo. Ma il nuovo presidente non avrà vita semplice, anche perché per la prima volta dopo otto anni il DPP non ha la maggioranza allo yuan legislativo, il parlamento unicamerale di Taipei. Già lo scorso venerdì si è avuto un assaggio del clima divisivo che rischia di caratterizzare i prossimi quattro anni della politica taiwanese, con una maxi rissa tra deputati, nata sul voto di una riforma tesa a potenziare i poteri del ramo legislativo. La proposta arriva dai due partiti di opposizione, che insieme hanno però la maggioranza parlamentare, circostanza che rischia di rendere Lai una “anatra zoppa” sin dall’inizio.

Nel frattempo, la prima reazione della Cina all’insediamento arriva dal ministero degli Esteri, che ha definito l’indipendenza di Taiwan un vicolo cieco. Sono state inoltre sanzionate tre aziende degli Stati Uniti per la vendita di armi a Taipei. In serata, in una nota del Consiglio degli Affari di Taiwan del governo cinese si sostiene che il discorso di Lai invia “segnali pericolosi” e aderisce “ostinatamente a una posizione indipendentista, che non sarà mai tollerata”. Gli Stati Uniti si sono congratulati attraverso il segretario di Stato Antony Blinken, mentre la Russia si schiera con decisione con Pechino. “Washington e i suoi satelliti continuano ad aggravare la situazione nello Stretto di Taiwan, minano deliberatamente la stabilità e la sicurezza nella regione Asia-Pacifico e ostacolano l’unificazione pacifica della Cina”.

Taiwan: William Lai insediato quale presidente

Telegiornale 20.05.2024, 12:30

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