Quando lo Stato dichiarò guerra a Cosa Nostra

Febbraio 1986: quarant’anni fa iniziava a Palermo il maxiprocesso contro la mafia; grazie alle rivelazioni dei pentiti, centinaia di boss vennero condannati

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Indice
Capaci: sul luogo dell'attentato a Giovanni Falcone - Keystone

La vendetta di Cosa Nostra

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Palermo, Via d'Amelio, il luogo dell'attentato a Paolo Borsellino - Keystone

Capaci, sono le 17:58 del 23 maggio 1992. In una calda giornata di primavera cinque quintali di tritolo fanno saltare in aria un tratto di autostrada in località Isola delle Femmine. Nell’esplosione muore il giudice Giovanni Falcone, sua moglie, la giudice Francesca Morvillo, e tre agenti di scorta. L’attentato è una vendetta nei confronti del magistrato palermitano, il quale aveva osato sfidare Cosa Nostra nel Maxiprocesso.

La strage di Capaci è solo l’inizio della rappresaglia della mafia siciliana verso lo Stato italiano. Il 19 luglio, in via d’Amelio a Palermo, l’esplosione di una Fiat 126, imbottita con 100 chili di tritolo, uccide il giudice e collega di Falcone, Paolo Borsellino, e i suoi cinque agenti.

Dall’archivio

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30 anni dopo l'uccisione di Giovanni Falcone

Telegiornale 22.05.2022, 22:00

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Palermo, 1986: durante il maxiprocesso - ANSA

Gli attentati non si fermano alla Sicilia. Per la prima volta nella sua storia Cosa Nostra esce dal suo territorio e, nel 1993, posiziona bombe a Roma, Firenze e Milano, colpendo il patrimonio culturale e sociale. Negli attentati perdono la vita dieci persone.

Perché Cosa Nostra si è accanita in questo modo? Il maxiprocesso aveva fatto cedere e collaborare esponenti di spicco dell’organizzazione e ne aveva scoperchiato il sistema logistico, rivelando mandanti ed esecutori di omicidi eccellenti. Il 30 gennaio del 1992 la mafia siciliana riceve un ultimo grande colpo: le sentenze definitive del maxiprocesso infliggono agli esponenti di Cosa Nostra pene per 1’576 anni di reclusione. Un atto che l’organizzazione ritiene inammissibile.

Dall’archivio

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30 anni dopo la strage, l'intervista al fratello di Paolo Borsellino

Telegiornale 18.07.2022, 22:00

Un'immagine d'archivio dei giudici Falcone (s) e Borsellino (d) - Keystone

Lo Stato impara a chiamarla mafia

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Il murales dedicato a Falcone e Borsellino per le strade di Palermo

Tra il 1978 e il 1984 la Sicilia è in tumulto. La fazione dei corleonesi è spinta da nuove ambizioni e si contende il traffico di eroina con le famiglie palermitane. A Palermo si consuma la seconda guerra di mafia e sulle strade della città è un massacro continuo di membri delle cosche, famigliari e fiancheggiatori, e di magistrati, giornalisti, politici e membri delle forze dell’ordine che si stavano prodigando per fermare il conflitto.

Dopo la morte del Procuratore capo di Palermo Gaetano Costa e del capitano dei Carabinieri Emiliano Basile, nel 1980 il Giudice Rocco Chinnici idea il pool antimafia: un gruppo di magistrati - composto da Giovanni Falcone, Paolo Borsellino, Giuseppe Di Lello e Leonardo Guarnotta - che avrebbe coordinato le indagini di mafia e che, in caso di morte di un membro, avrebbe portato avanti le inchieste. Questi giudici erano però ostacolati dall’impunibilità della mafia.

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Una fotografia d'archivio di Pio La Torre - ANSA

Nello stesso anno, il sindacalista e deputato del partito comunista Pio La Torre, assieme ad altri colleghi, presenta in Parlamento una proposta di legge, redatta in 30 articoli, con oggetto “Norme di prevenzione e di repressione del fenomeno della mafia e costituzione di una Commissione parlamentare permanente di vigilanza e controllo”. L’uomo era nato e cresciuto a Palermo e conosceva non soltanto i mafiosi e i metodi da loro usati, ma anche il linguaggio di Cosa Nostra e le sue regole sociali. Per il solo motivo di aver presentato tale proposta di legge, il 30 aprile del 1982, viene ucciso con svariati colpi d’arma da fuoco assieme al suo autista e compagno di partito Rosario Di Salvo. Ai funerali in piazza Politeama partecipano oltre 100’000 persone.

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Il gen. Carlo Alberto Dalla Chiesa - ANSA

Quello stesso giorno il generale dell’Arma dei carabinieri Carlo Alberto dalla Chiesa si insedia come prefetto di Palermo. L’uomo era noto per la sua lotta al terrorismo italiano ed è considerato la persona adatta per contrastare un’organizzazione violenta e strutturata come Cosa Nostra. Il prefetto cerca da subito il contatto con gli studenti, gli operai e la cittadinanza e, nel mentre, si occupa di investigazioni, che danno origine a 87 mandati di cattura e 18 arresti. La mancanza di pieni poteri richiesti allo Stato, di mezzi e uomini portano al suo assassinio il 3 settembre del 1982, a soli 100 giorni dall’inizio del suo mandato.

A causa della sua morte, il Parlamento italiano approva in tempi record la proposta di La Torre e il 13 settembre 1982 viene emanata la legge n.646/1982, la quale introduce il reato di associazione per delinquere di tipo mafioso. Ora il pool antimafia è provvisto di una potente risorsa e può iniziare a strutturare quello che diventerà, nel 1986, uno dei processi più grandi della storia, il Maxiprocesso alla mafia.

Nell'aula bunker di Palermo, nel 1986 - ANSA

Contro quattrocento uomini d’onore

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Nella foto, al centro, Pippo Calò - ANSA

Il Maxiprocesso alla Mafia inizia il 10 febbraio del 1986, in un clima di forte tensione e grande attenzione mediatica, anche internazionale. Le dimensioni del processo sono imponenti: gli imputati sono 475 (460 dopo lo stralcio di alcune posizioni), 200 gli avvocati, 600 i giornalisti accreditati. Per questo motivo serve uno spazio idoneo e in sette mesi, a fianco al carcere Ucciardone di Palermo, viene costruita un’aula bunker, di forma ottagonale e dotata di sistemi antimissilistici, che i reporter chiamano “l’astronave verde”. L’edificio permette il trasferimento sicuro dei detenuti dalle proprie celle alle 30 gabbie presenti nell’aula. Una tribuna posta al di sopra delle celle accoglie i giornalisti, mentre una grande platea ospita avvocati e parte civile.

A giudizio vi sono le più alte cariche della mafia siciliana, criminali come Salvatore Montalto, Michele Greco, il cassiere della Mafia Pippò Calò e Luciano Leggio. Latitanti sono invece il capo dei capi Totò Riina, Bernardo Provenzano e Leoluca Bagarella. Le accuse contro gli oltre 400 imputati sono di associazione mafiosa, traffico di droga, rapine, estorsione e 120 omicidi.

Trovare giudici disposti a seguire per lungo tempo un processo di tale portata non è indifferente e, dopo il rifiuto da parte di dieci magistrati, l’incarico viene consegnato ad Alfonso Giordano, esperto in diritto civile. Il giudice a latere sarà invece Pietro Grasso e i pubblici ministeri Domenico Signorino e Giuseppe Ayala.

Di grande valore per l’avvio delle indagini e per lo svolgimento del Maxiprocesso sono le dichiarazioni dei pentiti, i quali permettono agli inquirenti di conoscere Cosa Nostra dettagliatamente. I collaboratori di giustizia sono 21, tra di loro due dei più importanti esponenti di spicco della mafia siciliana: Tommaso Buscetta e Salvatore Contorno.

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Tommaso Buscetta in una fotografia del 1985 - Keystone

Tommaso Buscetta inizia a collaborare con lo Stato italiano nel 1984. Considerato il boss dei due mondi, ma mai stato veramente boss, è un mafioso di alto rango, per molti anni coinvolto nel traffico di droga tra il continente americano e l’Italia, è ritenuto il testimone chiave per la realizzazione del Maxiprocesso. Nelle interrogazioni con Giovanni Falcone, Buscetta conferma ciò di cui il magistrato aveva sempre sospettato: la mafia siciliana è un’organizzazione unitaria di tipo verticistico. Tra di loro, i membri dei clan si riferiscono a essa come Cosa Nostra, e i mafiosi si riferiscono a loro stessi come “uomini d’onore”. Il collaboratore ricostruisce inoltre i traffici, gli affari, parla di decine di omicidi e di una ripartizione del territorio siciliano tra clan, il cui epicentro è Palermo. Dopo due mesi di interrogatori Falcone ha raccolto informazioni dal valore inestimabile e il 29 settembre 1984, la notte di San Michele, le dichiarazioni di Buscetta portano in carcere 366 mafiosi.

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Il magistrato Giuseppe Maria Ayala - ANSA

Anche la testimonianza di Salvatore Contorno si rivela fondamentale per delineare i tratti distintivi dell’organizzazione, come i riti e i passaggi. Grazie al suo contributo si viene a conoscenza del funzionamento dei gruppi di fuoco dell’ala militare di Cosa Nostra, fatto che aiuta nella ricostruzione di molti omicidi e porta all’arresto di 160 persone.

Il primo grado di giudizio, iniziato per l’appunto il 10 febbraio 1986 e conclusosi il 16 novembre 1987, è caratterizzato da forti tensioni. Durante le udienze i detenuti manifestano il loro dissenso verso lo svolgimento del processo, lanciano provocazioni e insulti contro i pentiti Buscetta e Contorno e intimidazioni verso la giuria. Il caso più emblematico è quello di Salvatore Ercolano, che si cuce la bocca con una graffatrice in protesta per le condizioni a cui è sottoposto in carcere. Il 22 aprile 1987 i pubblici ministeri Giuseppe Ayala e Domenico Signorino cominciano una requisitoria di 12 giorni, la quale termina con la richiesta di 28 ergastoli, 5000 anni di carcere, 24 miliardi di lire di multa (circa 24 milioni di franchi con il cambio dell’epoca) e 45 assoluzioni. Dopo le oltre 600 arringhe pronunciate dagli avvocati delle parti civili e degli imputati, l’11 novembre 1987 la corte d’assise si ritira in camera di consiglio per lavorare al verdetto e 35 giorni dopo viene letto il dispositivo. La sentenza di primo grado condannerà 346 persone per 19 ergastoli, 2’665 anni di carcere e multe per 11,5 miliardi di lire (11,5 milioni con il cambio dell’epoca), mentre gli assolti sono 141.

Pochi mesi dopo, il 22 febbraio 1989, inizia il giudizio d’appello. In quel periodo alle dichiarazioni di Buscetta e Contorno si uniscono quelle di altri collaboratori. Il 10 novembre 1990, alla fine del secondo grado, la sentenza è decisamente ridimensionata: gli ergastoli diventano 12, pene detentive scendono a 1’576 anni e i nuovi assolti sono 86.

La sentenza della Corte di Cassazione viene emessa il 30 gennaio del 1992. I giudici romani confermano le condanne, annullano gran parte delle assoluzioni decise in appello e sottoscrivono il principio di unitarietà di Cosa Nostra e la struttura verticistica. La quasi totalità delle pesanti condanne pronunciate in primo grado vengono confermate e diventano definitive. La mafia siciliana vede crollare ufficialmente una lunga epoca di impunibilità.

Una veduta dell'aula in una fotografia del 1986 - ANSA

L’ora del giudizio

Il Maxi Processo a Cosa Nostra venne celebrato nell’aula bunker costruita accanto al carcere palermitano dell’Ucciardone. La costruzione dell’aula bunker fu un evento storico: non c’erano precedenti di quelle dimensioni, e nemmeno c’erano piani architettonici su cui basarsi. L’architetto Francesco Martuscelli racconta in reportage di Francesca Torrani gli aneddoti e le particolarità di questa struttura, che oggi è in fase di ristrutturazione ma che abbiamo potuto visitare guidati dal funzionario giudiziario Rosario Zarcone.

Un’altra delle voci che ricorderà cosa fu il maxiprocesso contro Cosa Nostra è quella di Giuseppe Ayala, che vestì i panni della pubblica accusa. L’esito di quel processo furono 19 ergastoli, 342 condanne per un totale di 2 mila 265 anni di reclusione. La sentenza venne confermata dalla Cassazione il 30 gennaio 1992.

Il boss Salvatore "Totò" Riina a processo nel 1993 a seguito dell'uccisione del magistrato italiano Giovanni Falcone
23:15

L’ora del giudizio

Laser 09.02.2026, 09:00

  • Keystone
  • Francesca Torrani
Ti-Press

Il coinvolgimento della Svizzera

Giovanni Falcone ha cercato per lungo tempo di comprendere il sistema sociale di Cosa Nostra, per capirne il funzionamento, i legami interni ed esterni e i punti deboli dell’organizzazione. Attraverso le indagini e la raccolta di testimonianze, intuisce quindi che, per colpire in modo significativo Cosa nostra, bisogna seguire i flussi di denaro.

In questo contesto, il sistema finanziario svizzero – protetto da un rigido segreto bancario – rappresenta uno snodo centrale per il riciclaggio dei profitti mafiosi. Una parte decisiva del Maxiprocesso si è perciò svolta lontano dalla Sicilia, tra le banche e gli uffici giudiziari della Confederazione. Per garantire prove documentali, che avvalorino le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia e dimostrino l’esistenza di un’organizzazione unitaria e verticistica, nasce tra Italia e Svizzera un’inedita collaborazione. Per mezzo di rogatorie internazionali e alla collaborazione di magistrati svizzeri – tra i quali la ticinese Carla Del Ponte – i magistrati italiano ottengono l’accesso a conti correnti e movimenti bancari riconducibili a uomini d’onore e intermediari finanziari.

Tra Ginevra e Zurigo, il pool antimafia ricostruisce i collegamenti tra omicidi, traffico di droga e riciclaggio internazionale, prove che confluiscono negli atti del Maxiprocesso davanti al Tribunale di Palermo. Queste rafforzano in modo decisivo l’impianto accusatorio, confermando l’esistenza di un’associazione unitaria (e non di cosche isolate), caratterizzata da un sistema criminale con una solida dimensione economica e transnazionale.

Il ruolo della Svizzera nel processo contro Cosa nostra segna un precedente storico senza eguali, incrinando il mito dell’inviolabilità del segreto bancario e aprendo la strada a una nuova stagione di cooperazione giudiziaria internazionale. Il Maxiprocesso non colpirà solo i killer, ma il cuore finanziario della mafia, cambiando per sempre il modo di combatterla

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Da Palermo a Lugano: cos’è la mafia oggi?

Laser 08.09.2025, 09:00

  • Ti-Press
  • Sabrina Pisu

Dall’archivio:

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14:00

Giovanni Falcone e il Ticino

Il Quotidiano 23.05.2022, 21:00

A cura di:MariaRosaria Maruca con Redazione RSI Info 

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