L’illusione della trasparenza

Epstein files: perché cercare nomi non basta

Tre milioni di documenti disponibili non equivalgono a verità accessibili e la mole di dati rischia di confondere più che chiarire

  • 55 minuti fa
Tra i documenti rilasciati anche la patente internazionale di Epstein
03:50

Il Ticino nei files Epstein

SEIDISERA 09.02.2026, 18:00

  • keystone
Di: Ludovico Camposampiero, co-responsabile Informazione digitale

Il caso di Jeffrey Epstein, il finanziere statunitense accusato di aver gestito per anni una rete di traffico sessuale di minorenni, è tornato di recente a catalizzare l’attenzione dei media internazionali dopo che il Dipartimento di giustizia statunitense ha pubblicato, in un colpo solo, milioni di documenti raccolti in anni di inchieste.

Documenti che, tuttavia, nella maggior parte dei casi hanno ben poco di rilevante: nessun nuovo “scoop”, almeno finora, ma fatti già noti e nomi di persone citate, molte delle quali con Epstein avevano poco o nulla a che fare. Un caso da manuale di quello che viene definito information flooding: un sovraccarico informativo che finisce più per confondere che per fare chiarezza sulle vicende legate al finanziere e predatore sessuale.

Un fenomeno che si inserisce perfettamente nell’attuale ecosistema digitale, in cui enormi quantità di dati grezzi vengono immesse nello spazio pubblico e rapidamente rilanciate, decontestualizzate e semplificate sui social media, nelle chat e nei forum online. In questo contesto, la quantità di informazioni rischia di prevalere sulla loro qualità.

Quanto è difficile accedere ai documenti e come si verificano

Accedere a questi documenti, a prima vista, sembra facile. Si tratta di milioni di file, ma suddivisi in una dozzina di grandi dataset, con persino un motore di ricerca interno: digiti un nome e ottieni subito dei risultati. Ma basta poco per rendersi conto che la realtà è molto diversa.

Ci si trova davanti a un enorme sovraccarico informativo e si rischia di annegare in un oceano di documenti: milioni di file spesso decontestualizzati, moltissimi dei quali hanno scarso o nullo valore giornalistico.

Non esiste una strategia unica per analizzarli. È impossibile leggerli uno a uno e, inoltre, il corpus non è scaricabile integralmente in un colpo solo. Una possibile soluzione per scavare un po’ più a fondo è lavorare per ricerche mirate, con termini selezionati in precedenza, e procedere con analisi a campione, anche con l’aiuto dell’intelligenza artificiale.

Chi scrive ha cercato, per esempio, possibili connessioni con la Svizzera, dando in pasto all’intelligenza artificiale centinaia di file PDF per incrociare i dati ed effettuare rilevamenti a campione, così da capire se emergessero informazioni giornalisticamente interessanti sui possibili legami con il nostro Paese.

Il Dipartimento di Giustizia americano  ha pubblicato altre tre milioni di pagine sul caso
30:36

Epstein files

Modem 04.02.2026, 08:30

  • AP Photo/Jon Elswick, File)

Non è tutto oro quel che luccica

Quel che emerge da queste ricerche, però, è che non è tutto oro quel che luccica. La parola “Switzerland”, per esempio, appare migliaia di volte e anche il toponimo Lugano è presente in oltre cento file. Tuttavia, in quelli analizzati la sostanza giornalistica è davvero poca.

Abbiamo trovato mail o SMS di dieci o quindici anni fa, quando Lugano era ancora un centro finanziario particolarmente rilevante. Alcune comunicazioni contengono la parola Lugano semplicemente perché istituti con cui Epstein intratteneva relazioni d’affari avevano sedi anche nella città.

Si parla inoltre di un comune del Luganese in cui Epstein aveva fatto recapitare un pacco a una donna, del pagamento - del tutto legale - di una fattura per un corso di formazione continua di una musicista, oppure, notizia già emersa in questi giorni, dello scambio di messaggi con l’imprenditrice e modella svizzero-russa Xenia Tchoumitcheva, allora 23enne. Informazioni certamente curiose, ma che di rilevante per il dibattito pubblico hanno davvero poco.

In questo contesto, anche una semplice citazione rischia quindi di trasformarsi in sospetto e il sospetto, amplificato dalla circolazione virale delle informazioni, in una narrazione difficilmente correggibile.

Un altro caso emblematico è quello di Micheline Calmy-Rey: il nome dell’ex consigliera federale appare nei file unicamente perché, nel 2010, Epstein si era informato su un vertice internazionale negli Emirati Arabi a cui lei partecipava. Non vi sono tuttavia elementi che indichino contatti diretti né, tantomeno, una sua consapevolezza delle attività del finanziere.

immagine
01:53

L'ombra di Epstein sulla Svizzera

Telegiornale 05.02.2026, 20:00

Una densa cortina di fumo?

Quello che emerge, quindi, è che molti dei documenti oggi accessibili sono parziali e decontestualizzati. E va ricordato che i materiali davvero più sensibili non verranno mai pubblicati, come sottolineato a più riprese dalle autorità statunitensi.

Il rischio è dunque che questa enorme mole di file finisca più per confondere e deviare l’attenzione, rendendo più difficile un’analisi realmente efficace dei nodi più delicati delle vicende legate a Epstein. In altre parole, l’abbondanza di informazioni può trasformarsi in un ostacolo alla comprensione, più che in uno strumento di trasparenza.

Vari analisti hanno così evidenziato un aspetto che, con ogni probabilità, susciterà dibattito nel prossimo futuro: la pubblicazione degli “Epstein file” è davvero un atto di trasparenza o piuttosto una strategia di gestione dell’informazione che, attraverso il sovraccarico, finisce per disorientare l’opinione pubblica?

immagine
02:25

Scandalo Epstein, trema anche l'Europa

Telegiornale 09.02.2026, 20:00

Contatti imbarazzanti e dimissioni

Sta diventando lunga la lista delle personalità mondiali costrette ad un passo indietro dopo che il loro nome è spuntato dagli Epstein Files. C’è l’ex ambasciatore negli USA, Peter Mandelson, che a inizio febbraio si è dimesso dalla Camera dei Lord, dopo le nuove rivelazioni sulle sue frequentazioni con il finanziere e predatore sessuale. Ma, sempre nel Regno Unito, c’è anche Morgan McSweeney, il capo di gabinetto ha rinunciato alla carica dopo essere stato indicato come il fautore della nomina del diplomatico. E c’è chi chiede la testa dello stesso premier Keir Starmer.

In Francia, l’ex ministro della cultura francese, Jack Lang, 85 anni, figura notissima, ha dovuto lasciare la presidenza dell’Istituto del mondo arabo. Dai file risulta che Epstein ha aiutato lui e sua figlia Caroline ad aprire dei conti offshore e ora padre e figlia sono sotto indagine del fisco.

In Norvegia, Mona Juul, politica molto conosciuta, ambasciatrice in Giordania, ha dato le dimissioni ed è sotto inchiesta: il finanziere, morto in carcere nel 2019, ha lasciato in eredità ai suoi due figli 10 milioni di dollari. La stessa principessa norvegese Mette-Marit ha dovuto scusarsi pubblicamente per il rapporto di amicizia che intratteneva con Epstein.

Un’amicizia costata cara anche al filosofo Noam Chomsky, 97 anni, la cui moglie ha dichiarato: “Avremmo dovuto fare ricerche approfondite e ci scusiamo”. I contatti tra i due continuarono infatti almeno fino al 2017, nonostante Epstein fosse già stato condannato nel 2008 per reati sessuali su minori. (Spi)

rsi_social_trademark_WA 1.png

Entra nel canale WhatsApp RSI Info

Iscriviti per non perdere le notizie e i nostri contributi più rilevanti

Correlati

Ti potrebbe interessare