Ambiente

Coltivare in modo più sostenibile: cosa ci insegna la preistoria?

Un progetto di ricerca ha studiato come le comunità dell’età del bronzo sulla pianura Padana gestivano le risorse alimentari in modo responsabile: una lezione per il nostro futuro

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  • 57 minuti fa
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Di: red. giardino di Albert/Matteo Martelli 

C’è stato un periodo nella storia dell’umanità caratterizzato da una profonda conoscenza del territorio e delle sue risorse. Alcuni esempi virtuosi, senza dover andare troppo lontano, ci vengono restituiti da indagini archeologiche condotte sulla pianura Padana. Lì, circa 3’500 anni fa, si potevano trovare molti villaggi abitati, anche di grandi dimensioni, che potevano ospitare fino ad alcune centinaia di individui.

Si tratta di una grande novità rispetto alle epoche precedenti: nel Neolitico e nell’età del rame i villaggi duravano poche generazioni, poi le comunità dovevano spostarsi perché avevano già sfruttato in eccesso le risorse del territorio. “Nell’età del bronzo, invece, evidentemente apprendono come garantire questa stabilità dei villaggi per centinaia di anni”, sottolinea Maurizio Cattani, professore al Dipartimento di Storia, Culture e Civiltà dell’Università di Bologna, ospite della trasmissione radiofonica Il giardino di Albert.  

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Imparare dalla preistoria

Il giardino di Albert 07.02.2026, 18:00

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  • Alessandra Bonzi

È il successo demografico di queste popolazioni tra la fine del III e l’inizio del I millennio a.C. ad aver spinto Maurizio Cattani e altri ricercatori a lanciare il progetto OnFoods in prehistory, che ha voluto studiare i comportamenti alimentari di quell’epoca alla ricerca di metodi di gestione del territorio più sostenibili. Cosa possiamo imparare dunque dai nostri antenati?  

Una dieta diversificata

Lo studio è stato condotto da ricercatori provenienti da varie discipline. Maria Letizia Carra, ricercatrice al Dipartimento di Storia, Culture e Civiltà dell’Università di Bologna, si è occupata dell’analisi archeobotanica, studiando i resti di origine vegetale provenienti dagli insediamenti. “In generale, la maggior parte dei reperti che noi andiamo a trovare sono quelli in forma carbonizzata, e cioè che hanno avuto un contatto con una fonte di calore. Questo ha permesso la trasformazione della sostanza organica in carbone e quindi la conservazione, perché il carbone non è più soggetto al deterioramento”, spiega l’esperta.

Le analisi archeobotaniche hanno dimostrato come la dieta di queste comunità fosse prevalentemente a base di cereali che costituivano circa il 70% dell’alimentazione. Tra i cereali venivano coltivati soprattutto l’orzo, diverse varietà di farro e frumento, ma anche cereali a chicco piccolo come il miglio, la segale e l’avena. Anche le leguminose e frutti spontanei costituivano un elemento essenziale della dieta. Cosa ci dicono dunque questi ritrovamenti? “Le informazioni ricavate mostrano un’alimentazione diversificata, che cercava di integrare sia ciò che l’uomo produceva, sia, nell’eventualità di annate poco favorevoli, ciò che poteva reperire nell’ambiente circostante. Questo presupponeva anche una conoscenza approfondita del territorio in cui viveva e la capacità di sfruttare e recuperare tutte le risorse disponibili nell’ambiente”, aggiunge Maria Letizia Carra.

L’archeologia sperimentale

Per andare oltre i semplici ritrovamenti, il progetto OnFoods in prehistory ha fatto ricorso all’archeologia sperimentale. “Abbiamo coltivato dei terreni che avevano le condizioni più o meno identiche a quelle dell’età del bronzo”, ha spiegato Maurizio Cattani. Il team ha utilizzato sementi storiche, non modificate geneticamente, e ha seguito tutto il processo dalla semina alla raccolta, misurando e calcolando il prodotto finale. I risultati sono sorprendenti: la produttività dei campi era nel rapporto tra semina e raccolto di 1 a 20, con una produzione stimata di 14 quintali per ettaro. Stime decisamente superiori rispetto a quanto riportato dalle fonti classiche.

Cotture sperimentali a Solarolo, in Emilia-Romagna

Cotture sperimentali a Solarolo, in Emilia-Romagna

  • OnFood in prehistory

Un modello per il futuro

Alla luce di questi dati, in che modo l’alimentazione dei nostri antenati può rappresentare un modello per noi? Per Cattani, la chiave sta nel modo di sfruttare il territorio. “Oggi l’agricoltura si basa sull’uso massiccio di prodotti chimici per fertilizzare. A lungo andare l’aggiunta di prodotti chimici farà sì che il suolo cambierà e magari arriverà un momento in cui per periodi molto lunghi non sarà più utilizzabile”, avverte. Nell’età del bronzo, invece, ogni prodotto per secoli nasceva localmente garantendo l’utilizzo del terreno anche per le generazioni successive.

Lo studio nell’ambito del progetto OnFoods in prehistory ci aiuta a ripensare il nostro rapporto con le risorse che un territorio ci può dare. Conoscenze che, da osservazioni delle civiltà contadine del passato, sono sparite progressivamente a partire dalla fine dell’Ottocento, quando l’approccio sostenibile al terreno ha lasciato spazio progressivamente alle forme di coltivazione sempre più intensive.

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