Scienza e Tecnologia

IRB: un importante valore aggiunto per la Svizzera italiana

Con oltre 25 anni di attività, l’Istituto di ricerca in biomedicina è un centro scientifico di livello internazionale. Scopriamolo attraverso il lavoro di quattro ricercatrici 

  • Un'ora fa
Istituto di ricerca in Biomedicina IRB. Nella foto le mani di uno dei ricercatori dell'IRB al lavoro all'interno dei laboratori dell'Istituto

Istituto di ricerca in Biomedicina IRB. Nella foto le mani di uno dei ricercatori dell'IRB al lavoro all'interno dei laboratori dell'Istituto

  • TiPress
Di: Il giardino di Albert / Simone Pengue 

Sono poco più di venticinque anni che a Bellinzona esiste l’Istituto di Ricerca in Biomedicina, noto con la sigla IRB. La sua storia rappresenta un traguardo importante per la Svizzera italiana ed è iniziata gradualmente, in modo spontaneo, grazie all’iniziativa di due importanti ricercatori, Giorgio Noseda e Franco Cavalli. Oggi l’IRB, affiliato all’Università della Svizzera italiana, è una realtà consolidata del territorio e costituisce un presidio scientifico capace di generare innovazione e attrarre talenti. I numeri parlano da soli: circa 160 tra collaboratori e collaboratrici provenienti da tutto il mondo, 13 gruppi di ricerca e quasi 1000 pubblicazioni scientifiche prodotte. Per entrare nei suoi laboratori e capire meglio chi sono le persone, in particolare le donne, che contribuiscono alla crescita dell’istituto con il loro lavoro, Il giardino di Albert ha incontrato alcune di loro. 

26:45
Negli istituti di ricerca basati a Bellinzona si lavora a pieno ritmo

25 anni di IRB

Il giardino di Albert 18.04.2026, 18:00

  • © Ti-Press / Alessandro Crinari
  • Alessandra Bonzi


Una delle principali linee di ricerca dell’istituto è l’immunologia, cioè lo studio del sistema immunitario e di come sfruttarlo per affrontare diverse malattie. «Questo ci ha portato negli anni a raggiungere un livello molto elevato», dichiara Greta Guarda, direttrice del laboratorio Immune Mechanisms dell’IRB e vice decana alla ricerca dell’Università della Svizzera italiana. 

Una storia di successo è quella di Vir Biotechnology, una start up nata all’IRB e oggi azienda con sede negli Stati Uniti, che ha sviluppato anticorpi in grado di contrastare diverse infezioni, tra cui il Covid-19. Dal punto di vista scientifico, la ricerca è partita dall’analisi del sistema immunitario di persone sopravvissute alle infezioni; i ricercatori sono poi riusciti a identificare e riprodurre le caratteristiche degli anticorpi più efficaci. Il farmaco è stato distribuito a livello internazionale e somministrato a molti pazienti, soprattutto durante la pandemia. «Possiamo dire che questo lavoro ha avuto effetti concreti, perché molte persone sono vive anche grazie a questi anticorpi», afferma Guarda. 

Anche la ricercatrice Valentina Ferrari studia il sistema immunitario, concentrandosi però sulla sua applicazione in ambito oncologico. È noto da decenni che è possibile riprogrammare il sistema immunitario affinché attacchi le cellule tumorali, ma restano numerose le sfide per migliorare l’efficacia dell’immunoterapia e ampliarne l’applicazione. Ferrari ha recentemente ricevuto un premio di 100’000 franchi da Fond’Action contre le cancer per sostenere il suo progetto di ricerca sul carcinoma mammario. 

Sbarazzarsi delle proteine tossiche

Ilaria Fregno ed Elisa Fasana lavorano nel laboratorio guidato da Maurizio Molinari, dove studiano i processi di produzione delle proteine e i meccanismi con cui le cellule eliminano quelle prodotte in modo errato, degradandole. 

Le loro ricerche utilizzano sia cellule provenienti da pazienti sia cellule coltivate in laboratorio. I ricercatori possono indurre la produzione di proteine difettose e osservare che cosa accade grazie a tecniche avanzate come il microscopio elettronico o quello a fluorescenza. «Il nostro obiettivo è individuare le componenti molecolari che, all’interno della cellula, indirizzano le proteine verso un compartimento cellulare piuttosto che un altro. Studiamo anche cosa succede quando i processi di degradazione non funzionano correttamente e come migliorarli per sviluppare possibili terapie», spiega Fregno. 

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03:42

L'Irb di Bellinzona compie 25 anni

Il Quotidiano 06.09.2025, 19:00

Un esempio concreto riguarda la deficienza di alfa-1 antitripsina, una malattia che rappresenta una delle principali cause di trapianto di fegato in età pediatrica. In questi pazienti, un difetto genetico porta alla produzione di una proteina anomala che si aggrega e si accumula nel fegato. «Negli ultimi anni abbiamo identificato i meccanismi cellulari che permettono di riconoscere questi aggregati tossici», afferma Fregno. «Questo ci consente di progettare terapie mirate ai sistemi cellulari responsabili della loro rimozione, con l’obiettivo di preservare la funzionalità del fegato ed evitare il trapianto». 

Si tratta spesso, come nel caso della deficienza di alfa-1 antitripsina, di malattie rare, cioè patologie che colpiscono un numero limitato di persone. Tuttavia, considerate nel loro insieme, hanno un impatto significativo: in Ticino circa il 7 per cento della popolazione è affetto da una malattia rara. «Molti difetti legati alle proteine tossiche sono comuni a diverse malattie rare, quindi ciò che studiamo in una patologia può essere applicato anche ad altre», conclude Fregno. 

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