Scienza e Tecnologia

Storia e futuro dell’edilizia tra clima, città e digitalizzazione

Come l’innovazione nelle costruzioni - da mattoni e calcestruzzo ai modelli tridimensionali intelligenti - ha cambiato le case e posto le sfide per l’edificazione del domani

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Anatomia della casa

Il giardino di Albert 18.04.2026, 16:55

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Di: Red. Il giardino di Albert / Davide Conconi 

C’è un’idea semplice, quasi banale, che ci accompagna da sempre: la casa. Un tetto sopra la testa, un posto sicuro, un “nido”. Eppure, se guardiamo da vicino, la casa è anche un laboratorio di ingegneria in miniatura: un concentrato di materiali, energia, sicurezza, acqua, aria, luce. È il punto in cui la nostra storia tecnica diventa vita quotidiana.

All’inizio, ovviamente, non c’era nessun laboratorio: si prendeva ciò che offriva la natura—un anfratto, una caverna, un riparo sotto un albero. Poi, lentamente, abbiamo iniziato a costruire: telai in legno o ossa rivestiti di pelli, rifugi mobili per una vita nomade. E quando, circa dodicimila anni fa, l’agricoltura ha reso possibile fermarsi in un posto, la casa ha cambiato statuto: da riparo provvisorio a infrastruttura stabile

La casa dei nostri antenati: una caverna

La casa dei nostri antenati: una caverna

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Il passato: quando l’edilizia diventò “replicabile”

Nel Neolitico arrivano le case lunghe: enormi strutture comunitarie in legno che potevano estendersi fino a decine di metri, ospitando famiglie allargate e diventando anche “manifesti” di potere. E, soprattutto, introducevano una novità cruciale: muri realizzati con un graticcio di rami e un impasto di argilla e paglia—una soluzione semplice ma efficacissima per l’isolamento. È uno di quei momenti in cui capisci che l’innovazione non è solo “fare cose nuove”: è fare meglio con quello che hai

Le "case lunghe" del Neolitico

Le "case lunghe" del Neolitico

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Lo stesso principio vale in un luogo che, a prima vista, sembra incompatibile con l’abitare: l’Artide. Gli Inuit, circondati da neve e ghiaccio, hanno ideato l’iglù, stabile e autoportante grazie a una geometria “furba” (l’arco catenario) e sorprendentemente caldo perché la neve contiene molta aria e quindi isola. Dentro, i livelli sfruttano il fatto che l’aria calda sale e quella fredda scende: un piccolo capolavoro di fisica applicata alla sopravvivenza. 

L'interno dell'igloo è strutturato in più livelli. L'aria calda va verso l'alto dove soggiornano le persone. Raffreddandosi al contatto con la volta dell'igloo, l'aria scenderà verso il basso e uscirà dall'apertura della costruzione. In questo modo si potranno avere anche 60°C in più all'interno dell'igloo, rispetto alle rigide temperature che vigono nell'Artico, all'esterno della costruzione di ghiaccio.

L'interno dell'igloo è strutturato in più livelli. L'aria calda va verso l'alto dove soggiornano le persone. Raffreddandosi al contatto con la volta dell'igloo, l'aria scenderà verso il basso e uscirà dall'apertura della costruzione. In questo modo si potranno avere anche 60°C in più all'interno dell'igloo, rispetto alle rigide temperature che vigono nell'Artico, all'esterno della costruzione di ghiaccio.

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Poi arriva Roma e l’edilizia scopre un superpotere moderno: la produzione di massa. Mattoni a milioni, cantieri rapidi, edifici multipiano—le insulae—per rispondere al bisogno di alloggio. E insieme ai mattoni, un altro ingrediente decisivo: il calcestruzzo migliorato con cenere vulcanica, capace di durare secoli. Anche il tetto si standardizza con il sistema tegula e imbrex, ottimizzato per gestire l’acqua. È, in fondo, la nascita del cantiere “industriale”: materiali, processi e tempi che iniziano ad assomigliarsi, replicabili su larga scala. E mentre crescono muri e tetti, cresce anche l’idea di “comfort domestico”: serrature sempre più sofisticate (dalle soluzioni antiche fino a principi che arrivano alle chiavi moderne), acqua e servizi igienici che hanno antenati sorprendenti (come la toilette sciacquabile minoica), riscaldamento a pavimento con l’ipocausto romano, e la luce che entra in casa grazie al vetro, con un salto enorme quando la produzione diventa capace di lastre grandi e più uniformi. 

I Romani, per soddisfare la grande richiesta di alloggi nella capitale, svilupparono le tecniche edilizie e la gestione dei cantieri

I Romani, per soddisfare la grande richiesta di alloggi nella capitale, svilupparono le tecniche edilizie e la gestione dei cantieri

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Il futuro: costruire in un mondo più caldo (e più affollato)

Oggi l’edilizia è un gigante: vale migliaia di miliardi e impiega una quota significativa della forza lavoro globale. Ma il mondo che deve servire sta cambiando: più urbanizzazione, più eventi meteorologici estremi, più domanda di edifici efficienti, resilienti, rapidi da realizzare. E, come se non bastasse, serve costruire riducendo sprechi, emissioni e consumi energetici. In altre parole: non basta costruire di più. Serve costruire meglio e qui entra in gioco la sfida forse più sottovalutata e al tempo stesso più decisiva: la digitalizzazione.

La costruzione in ambito urbano costituisce sempre una grande sfida per gli ingegneri

La costruzione in ambito urbano costituisce sempre una grande sfida per gli ingegneri

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La grande sfida: digitalizzare un settore nato analogico

Il cantiere è, per tradizione, un ecosistema di mestieri, imprese e subappalti in cui le informazioni viaggiano ancora spesso come “passaparola” evoluto: PDF, e-mail, telefonate, revisioni sparse. Il risultato? Errori di coordinamento, ritardi, costi inattesi, rilavorazioni. Digitalizzare significa provare a risolvere proprio questo: far diventare i dati un materiale da costruzione. Per fare ciò si potrebbe sviluppare ulteriormente il BIM (Building Information Modeling). Il BIM non è solo un modello 3D: è un modello informativo. Ma, la sfida è farlo funzionare tra attori diversi, software diversi, standard diversi...E i problemi da risolvere sembrano ancora tanti. In futuro l’edificazione non finisce con la consegna delle chiavi. Sensori, Internet delle cose e manutenzione predittiva promettono edifici che “raccontano” consumi, usura, qualità dell’aria, efficienza degli impianti. Sembra fantastico, ma richiede governance del dato, responsabilità, e soprattutto sicurezza informatica.

La digitalizzazione non è un plug-in: è un cambio culturale. Servono figure ibride: tecnici che capiscono il digitale e digitali che capiscono il cantiere. E servono processi: ruoli, responsabilità, tracciabilità delle modifiche nel tempo. Il rischio, altrimenti, è la “digitalizzazione cosmetica”: strumenti nuovi ma, abitudini che rimangono vecchie. Se vogliamo edifici davvero sostenibili, dobbiamo sapere cosa contengono (materiali, componenti, sostanze), quanto durano, come si smontano e recuperano. La digitalizzazione può abilitare questa tracciabilità ma, implica cataloghi, banche dati, standard e criteri condivisi lungo tutta la filiera.

Un moderno grattacielo, con tanto di bosco verticale a Sidney (Australia)

Un moderno grattacielo, con tanto di bosco verticale a Sidney (Australia)

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Un filo rosso: adattarsi, sempre

Dalla casa lunga al calcestruzzo romano, dall’iglù alla torre del vento persiana, fino a strutture modulari progettate per ambienti estremi (come le basi di ricerca trasferibili in Antartide), la storia dell’edificazione è una storia di adattamento intelligente. Oggi l’adattamento ha un nuovo nome: trasformazione digitale.  La domanda, alla fine, non è se il settore cambierà. Cambierà. La domanda è chi guiderà il cambiamento: sarà chi saprà usare il digitale per costruire case più efficienti, sicure e vivibili, senza perdere la concretezza e la sapienza del mestiere?

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