Sono passati trent’anni da quel traguardo scientifico che, all’epoca, sembrava un miracolo: il 5 luglio 1996 è nata la pecora Dolly. Si è trattato del primo mammifero clonato da cellule specializzate di un animale adulto e l’evento suscitò moltissimo scalpore in tutto il mondo. Tanto, che oggi praticamente chiunque appartenga a quella generazione si ricorda ancora di questo animale. Con Dolly, la biotecnologia si scontrò con i limiti dell’etica, perché rese la clonazione di esseri umani una prospettiva meno astratta e più inquietante.
I documenti multimediali dell’epoca, come articoli di giornale o servizi televisivi, non datano al 1996, cioè all’anno di nascita di Dolly, ma ai primi mesi del 1997, quando l’articolo è stato pubblicato su Nature da Keith Campbell, Ian Wilmut e altri membri del Roslin Institute di Edimburgo, un centro di ricerca scozzese specializzato in scienze animali.

Dolly, una pecora speciale
RSI Archivi 25.02.1997, 12:55
Le basi scientifiche
Il DNA è il grande manuale di istruzioni delle nostre cellule e la maggioranza di esse ne conserva una copia. I vari tipi di cellule specializzate che abbiamo nel nostro corpo, come quelle della pelle, dei nervi o dell’intestino, leggono solamente una parte di tutte le istruzioni fornite dal nostro DNA, mentre ignorano quello che a loro non serve. Fino all’esperimento di Dolly, gli scienziati non sapevano se le cellule specializzate dei mammiferi conservassero un patrimonio genetico capace di essere riprogrammato e di guidare lo sviluppo di un nuovo individuo, ma il successo dell’operazione ha confermato quest’ipotesi.
La pecora Dolly
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Durante la fecondazione naturale, questo patrimonio genetico arriva a metà dal padre e metà dalla madre dell’animale. In questo caso, però, il codice genetico doveva arrivare da un solo individuo. A livello tecnico, per effettuare la clonazione gli scienziati hanno dovuto inserire il codice genetico di una pecora dentro un ovulo di un’altra pecora, al quale invece era stato rimosso quasi tutto il DNA. L’ovulo è stato inserito nell’utero di una terza pecora, che ha portato avanti la gravidanza come madre surrogata, dopo che lo sviluppo è stato avviato con scariche elettriche. Dopo la nascita, Dolly visse per circa 6 anni, dando alla luce diversi agnellini, e venne abbattuta in seguito a una forte infezione ai polmoni, ma non è mai stato stabilito un legame chiaro tra la malattia e la clonazione.
Tassodermia della pecora Dolly al National Museum of Scotland a Edimburgo, in Scozia
Miti da sfatare
È curioso sapere che Dolly non possiede il 100% del DNA della prima pecora, la sua “madre genetica”, secondo un’importante analisi pubblicata nel 1999 su Nature. Infatti, una piccolissima porzione del codice genetico non è nel nucleo delle cellule, cioè il compartimento dedicato, ma in organuli chiamati mitocondri, la cui funzione primaria è quella di centrale energetica. I ricercatori hanno clonato Dolly trasferendo il nucleo dalla cellula donatrice all’ovulo, senza sapere esattamente cosa sarebbe successo al DNA contenuto nei mitocondri. Lo studio, al quale partecipò anche il celebre “papà” di Dolly Ian Wilmut, rivelò che il DNA dei mitocondri proveniva dalla “seconda madre”, quella che ha donato l’ovulo, rendendo in un certo senso imperfetta la clonazione.
Addio al papà di Dolly
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Contrariamente a quello che si crede spesso, Dolly non è stato il primo animale ad essere clonato in assoluto. Esistevano già dei tentativi di mettere in vita degli animali con lo stesso DNA di un altro. Il caso più noto tra i mammiferi è quello della clonazione di tre topi a Ginevra, nel 1981, ma la differenza, molto importante, rispetto a Dolly è che il corredo genetico proveniva da cellule embrionali, non da cellule adulte specializzate. Lo studio, che all’epoca conquistò una pagina del New York Times, fu però fortemente contestato da altri gruppi di ricerca, i quali dichiararono che non si riusciva a ripetere i risultati, mettendo in dubbio l’integrità scientifica degli autori.
La clonazione oggi
Oggi in Svizzera praticare esperimenti scientifici che prevedono la clonazione di animali è possibile dopo l’autorizzazione esplicita delle autorità, secondo un iter simile ad altri esperimenti sugli animali. La clonazione degli animali da reddito come i bovini non è espressamente vietata dalla legge, ma al contempo non è nemmeno autorizzata come pratica zootecnica, perché le autorità federali la considerano ancora una tecnica sperimentale.
Nel frattempo, il settore agricolo svizzero si è autoregolamentato e il programma QM-Carne Svizzera vieta l’allevamento e la detenzione di animali discendenti da cloni, mentre Bio Suisse esclude gli animali clonati dalle aziende certificate.
https://rsi.cue.rsi.ch/info/ambiente/Il-lupo-dell%E2%80%99era-glaciale-%C3%A8-tornato--2739050.html
In altri Paesi, come Stati Uniti, Nuova Zelanda e Australia, le norme sono molto più permissive: gli alimenti ottenuti da cloni o dai loro discendenti sono ammessi o non richiedono una procedura speciale. Nella pratica, però, i cloni, molto costosi da produrre, vengono usati soprattutto come riproduttori per trasmettere linee genetiche particolarmente pregiate o per animali da compagnia deceduti.
Articolo legato ad Albachiara week-end del 05.07.2026, Rete Uno, 06:00








