Svizzera

Di banche, fusioni e confusioni

Credit Suisse inglobata da UBS e l'eredità del passato più recente: una storia costellata da più eventi e sviluppi controversi

  • 1 April 2023, 04:51
  • 24 June 2023, 04:05
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Gli interrogativi di oggi e uno sguardo retrospettivo su eventi che furono salienti per la piazza bancaria elvetica

Gli interrogativi di oggi e uno sguardo retrospettivo su eventi che furono salienti per la piazza bancaria elvetica

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L'acquisizione di Credit Suisse da parte di UBS continua a far rumore. È un dato, per tutte le sue implicazioni, che solo fino a qualche tempo fa si sarebbe detto del tutto inimmaginabile. La piazza finanziaria elvetica si appresta così ad avere un'unica, grande banca di portata sovranazionale. Le sue dimensioni impressionano e gli interrogativi si focalizzano su più versanti: dalle conseguenze sul piano degli impieghi, fino ai rischi di natura sistemica. Intanto in Svizzera il processo di concentrazione bancaria sembra arrivato a estreme conseguenze. Esso, peraltro, ha radici molto lontane nel tempo. E ripercorrerle, forse, può contribuire a meglio comprendere ciò che il presente sta riservando ad un settore di importanza vitale per l'economia del Paese.

Quando era il CS a concentrare

Razionalizzare, ristrutturare, massimizzare la produttività... Parole d'ordine che iniziarono a imporsi fra le banche svizzere già dall'inizio degli anni Novanta, quando la congiuntura rallentava e l'inflazione tornava a farsi sentire. L'imperativo era di aumentare la redditività e, in questo senso, le operazioni sulla differenza d'interesse persero peso rispetto ai ben più elevati margini di guadagno assicurati da ambiti come la gestione patrimoniale. A finire in subordine furono quindi i servizi di retail banking rivolti alla più vasta clientela. Queste strategie si sarebbero quindi tradotte, negli anni successivi, in riorganizzazioni delle sedi e in consistenti riduzioni del personale.

Lo storico marchio della Banca popolare svizzera, scomparso negli anni Novanta dopo l'acquisizione da parte del CS

Lo storico marchio della Banca popolare svizzera, scomparso negli anni Novanta dopo l'acquisizione da parte del CS

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Fu in questo contesto, che prese le mosse una crescente concentrazione nel settore. E a mostrare un particolare slancio in questa direzione fu, all'inizio, proprio la holding del CS: dapprima con l'assorbimento della Banca Leu - la più antica grande banca del Paese - che venne realizzato nel 1990; poi, con l'acquisizione della Banca Popolare Svizzera (BPS), che diede il primo, forte scossone al sistema. Questo istituto occupava il quarto rango fra le maggiori banche elvetiche, ma da tempo navigava in cattive acque a causa della crisi immobiliare e delle difficoltà delle PMI, nel cui finanziamento era molto attivo. Sull'onda dell'erosione delle sue risorse, finì quindi per essere rilevata dal CS nel 1993. Per il gruppo, che registrò un notevole aumento dell'utile netto, l'operazione si rivelò un buon affare. Ma le successive ristrutturazioni portarono alla chiusura di decine di succursali e alla soppressione di migliaia di impieghi.

Il "terremoto" UBS-SBS

Tutto questo era però ancora poco, rispetto a ciò che si sarebbe concretizzato nella seconda metà del decennio: la fusione fra UBS e la Società di banca svizzera (SBS). Un "terremoto", come sottolinearono più commentatori, per un settore dove si stava sempre più affermando lo shareholder value (creazione di valore per gli azionisti), come principio-guida della gestione d'impresa. Sullo sfondo di non poche pressioni legate a questo indirizzo, UBS e SBS decisero di unire le forze per fondersi in un'unica entità con dimensioni senza precedenti: il nuovo istituto, con una somma di bilancio complessiva nell'ordine di 1'000 miliardi di franchi, divenne infatti la più importante banca al mondo nella gestione patrimoniale e la seconda per il volume di attivi sotto gestione.

Vecchi simboli smantellati, nel 1998, per far posto alla nuova grande banca frutto della fusione fra UBS e SBS

Vecchi simboli smantellati, nel 1998, per far posto alla nuova grande banca frutto della fusione fra UBS e SBS

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Fin qui, il lato della medaglia funzionale alle attese di azionisti e investitori. Ma ingenti furono i costi sociali, le perdite per la fiscalità e, soprattutto, quelle a livello occupazionale: basti pensare che nel primo anno scomparvero ben 7'000 posti di lavoro su un totale di 56'000. Vane furono le proteste e le resistenze dei sindacati e delle associazioni di categoria. Il nuovo colosso bancario prese così corpo nel 1998, ridisegnando veramente in profondità l'assetto del sistema bancario svizzero. Ma le sue primissime mosse non furono propriamente coronate dal successo. Nello stesso anno, infatti, l'istituto rimase invischiato nel dissesto di un fondo speculativo, lo statunitense LTCM, nel quale aveva intrapreso copiosi investimenti. Le perdite subite dalla banca furono nell'ordine di centinaia di milioni di franchi e l'allora presidente Mathis Cabiallavetta, insediatosi da pochi mesi, fu costretto a rassegnare le dimissioni. Per il debutto della "nuova" UBS fu senz'altro un duro colpo.

Le grandi banche e il crollo di Swissair

Ma una ben più severa caduta d'immagine attendeva al varco le due grandi banche. E questa coincise, nel 2001, con l'agonia e il crollo del gruppo Swissair, di cui UBS e Credit Suisse erano le principali creditrici. Il collasso del traffico aereo dopo gli attentati dell'11 settembre diede la mazzata finale alle sorti della compagnia aerea, già da tempo alle prese con una gravissima crisi finanziaria. Le banche vincolarono il loro sostegno ad un piano di ristrutturazione con dolorosi tagli al personale e alla flotta. Nell'immediato si trattava di predisporre crediti transitori per garantire l'operatività dei voli. Ma i finanziamenti non vennero sbloccati dalle banche in tempo utile per evitare il tanto temuto grounding. Si consumò così lo sconcertante spettacolo di un'intera flotta aerea bloccata a terra: fra voli annullati, passeggeri increduli e caos negli aeroporti, tramontava nel modo più clamoroso quello che era stato uno dei fiori all'occhiello della Svizzera nel mondo.

Il collasso del gruppo Swissair, nell'ottobre del 2001, fu accompagnato da numerose proteste per il ruolo delle grandi banche nella vicenda

Il collasso del gruppo Swissair, nell'ottobre del 2001, fu accompagnato da numerose proteste per il ruolo delle grandi banche nella vicenda

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I voli poterono riprendere, e in misura ridotta, solo dopo un credito d'emergenza disposto dal Consiglio federale. E contro le grandi banche si levò da più parti l'accusa di aver indotto cinicamente il
grounding, per sfruttare del tutto la situazione a proprio vantaggio. I dipendenti del gruppo Swissair, ormai destinato alla liquidazione, protestarono in massa nelle maggiori città contro l'operato di UBS e Credit Suisse. E il clima di contestazione, sostenuto dai sindacati e da politici di ogni area, sfociò anche in inviti a chiudere i conti presso gli istituti. Per parte loro le due banche respinsero le accuse di aver affossato Swissair. Ma forse mai, come in quel periodo così turbolento, si diffuse la percezione di uno scollamento fra le grandi banche, le loro politiche e la sensibilità del Paese.

UBS da salvare

Trascorso un decennio dalla fusione con SBS, UBS si ritrovò alle prese con la situazione più grave della propria storia. E ad innescarla fu il crollo negli Stati Uniti del mercato dei mutui ipotecari ad elevato rischio, i cosiddetti subprime, che avrebbe poi dato il via alla peggiore crisi finanziaria degli ultimi decenni. La prima banca svizzera, infatti, risultò sensibilmente esposta alle dinamiche insidiose di questo mercato. E già per il 2007 dovette fare i conti con una perdita, senza precedenti, di ben 4,4 miliardi di franchi. Ma il peggio doveva ancora arrivare: nel 2008, infatti, il disavanzo di UBS finì per superare la soglia dei 20 miliardi, lasciando la banca a corto di liquidità. Sull'onda della crisi, delle ripercussioni per il titolo e delle inevitabili polemiche, l'allora presidente Marcel Ospel, manager fra i più pagati in Svizzera, dovette lasciare le redini della banca.

Il crollo negli USA dei mutui subprime innescò la grave crisi che UBS dovette affrontare fra il 2007 e il 2008

Il crollo negli USA dei mutui subprime innescò la grave crisi che UBS dovette affrontare fra il 2007 e il 2008

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Per il salvataggio di UBS, si impose così un oneroso intervento da parte della mano pubblica. La Confederazione erogò un prestito di 6 miliardi di franchi, da convertire obbligatoriamente in azioni. La Banca nazionale (BNS) istituì invece un fondo di stabilizzazione per riprendere da UBS titoli illiquidi e altri valori patrimoniali fino a ben 60 miliardi di dollari. L'entrata in scena dello Stato scongiurò un tracollo che, alla luce della rilevanza di UBS, avrebbe avuto conseguenze devastanti per l'intera economia svizzera. Per la banca la situazione si sarebbe stabilizzata negli anni successivi, ma a costo di migliaia di impieghi soppressi. Non sarebbero poi mancati ulteriori scossoni. Come in particolare nel 2011, quando UBS dovette fare i conti con una perdita di oltre 2 miliardi di dollari per le operazioni, non autorizzate, di un suo
trader londinese: una vicenda che portò alle dimissioni del CEO Oswald Grübel e all'insediamento di Sergio Ermotti alla guida dell'istituto.

E ora?

Vicende del passato, che possono fornire spunti di riflessione di fronte alle tante incertezze del presente. Intanto Credit Suisse, messa alle corde da strategie infelici, guai giudiziari e dal degrado della fiducia da parte della clientela, sarà inglobata da UBS nel quadro di un'altra operazione imperniata sull'intervento statale. E proprio la settimana prossima, si svolgerà l'ultima assemblea generale della banca fondata nel 1856.

L'ultima assemblea generale di Credit Suisse, ormai nell'orbita di UBS, si terrà martedì prossimo

L'ultima assemblea generale di Credit Suisse, ormai nell'orbita di UBS, si terrà la prossima settimana

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Le riflessioni non possono ora che concentrarsi su più aspetti. Ci si domanda, anzitutto, quali saranno le ripercussioni per il personale e la densa rete delle sedi bancarie. In che misura, poi, il peso specifico del nuovo istituto potrebbe generare rischi per l'insieme della piazza finanziaria? E in che direzioni si dovrà procedere, per prevenire ulteriori crisi in un settore risultato ben più vulnerabile di quanto si ritenesse? Questioni cruciali che da subito chiamano in causa, segnatamente, il ruolo della politica. Perché presto un gigante uscirà di scena. Ma a irrompervi, intanto, sono non pochi interrogativi.

Alex Ricordi

SEIDISERA del 30.03.2023: Post Credit Suisse, sì da commissioni parlamentari

  • Keystone
  • 30.03.2023
  • 16:35

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