Svizzera

Il Consiglio federale boccia l’iniziativa “No a una Svizzera da 10 milioni”

Il Governo avverte: accettare il testo al voto il 14 giugno metterebbe a rischio la via bilaterale, la sicurezza interna e la tradizione umanitaria del paese

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Oggi a Berna in conferenza stampa

Oggi a Berna in conferenza stampa

  • Keystone
Di: Redazione RSI Info 

Il Consiglio federale si oppone all’iniziativa popolare «No a una Svizzera da 10 milioni!», sulla quale i cittadini svizzeri saranno chiamati a votare il 14 giugno 2026. Secondo il comunicato diffuso oggi, lunedì, dalla Confederazione, l’iniziativa “mette a rischio il benessere, la sicurezza interna e la tradizione umanitaria della Svizzera” e “crea ulteriore incertezza in un periodo già di per sé incerto”. Il Parlamento condivide la posizione del Governo.

Il consigliere federale Beat Jans, a capo del Dipartimento federale di giustizia e polizia, ha illustrato le ragioni del “no” in una conferenza stampa tenutasi a Berna, insieme a Markus Dieth, presidente della Conferenza dei governi cantonali, Pierre-Yves Maillard, presidente dell’Unione sindacale svizzera, Severin Moser, presidente dell’Unione svizzera degli imprenditori, Fabio Regazzi, presidente dell’Unione svizzera delle arti e mestieri, e Adrian Wüthrich, presidente di Travail.Suisse.

Una soglia che mette in discussione i Bilaterali

L’iniziativa esige che la popolazione residente permanente non superi i 10 milioni di persone entro il 2050, prevedendo misure fino alla denuncia dell’Accordo sulla libera circolazione delle persone con l’UE. Secondo Jans, le ripercussioni negative sui rapporti con Bruxelles scatterebbero però già prima: l’iniziativa “ha ripercussioni negative sui rapporti con l’UE già a partire dalla soglia di 9,5 milioni di abitanti” e “mette in discussione l’approccio bilaterale nel suo complesso”, si legge nella nota.

Cantoni e parti sociali respingono anch’essi l’iniziativa, sottolineando che in caso di necessità “le aziende svizzere, gli ospedali, le case di cura e altre istituzioni pubbliche non potrebbero più assumere personale proveniente dall’area UE/AELS senza formalità burocratiche”. La carenza di personale colpirebbe in primo luogo le regioni rurali. Studi citati nel comunicato stimano che un eventuale abbandono degli Accordi bilaterali I comporterebbe “perdite economiche dell’ordine di miliardi di franchi, con ripercussioni negative anche sui salari”. Va ricordato inoltre che “la fine della libera circolazione delle persone comporta automaticamente la cessazione degli altri Accordi bilaterali I”.

Una minaccia anche per la sicurezza interna

Le conseguenze non sarebbero solo economiche. Il Governo avverte che l’iniziativa metterebbe a rischio anche la partecipazione della Svizzera agli Accordi di Schengen e Dublino. In caso di accettazione, la Svizzera sarebbe costretta a trattare “anche le domande di asilo già respinte nell’UE”, non potrebbe più trasferire i richiedenti asilo in altri Paesi europei e dovrebbe attendersi “un netto aumento di nuove domande d’asilo”, con una spesa aggiuntiva “pari a centinaia di milioni di franchi” all’anno.

Sul fronte della sicurezza, “la polizia e le guardie di confine non avrebbero più accesso alle banche dati europee di ricerca”, complicando la lotta contro la criminalità e il terrorismo. Inoltre, la denuncia di accordi sui diritti umani comporterebbe “non solo una rottura con la tradizione umanitaria, ma anche l’isolamento della Svizzera sullo scacchiere della politica internazionale”.

La risposta del Consiglio federale: misure mirate

Il Consiglio federale, si legge ancora nel comunicato, riconosce le sfide legate alla crescita demografica, ma punta su soluzioni diverse. Il numero di immigrati dipende principalmente dal mercato del lavoro: “in periodi di congiuntura favorevole, le imprese non riescono a reperire abbastanza manodopera in Svizzera” e la libera circolazione permette di colmare quel vuoto attingendo principalmente dallo spazio UE/AELS. Il Consiglio federale intende affrontare la crescita demografica con misure mirate nei settori dell’immigrazione, dell’alloggio e dell’asilo. Nell’ambito del pacchetto Svizzera-UE, ha inoltre negoziato “una clausola concretizzata di salvaguardia che consente di limitare l’immigrazione in caso di gravi problemi sociali o economici, senza compromettere la via bilaterale”.

I promotori dell’iniziativa, dal canto loro, ritengono l’immigrazione troppo elevata, paventando “la scarsità di alloggi, affitti in aumento, la cementizzazione del territorio, ingorghi stradali, treni sovraffollati, una recrudescenza della criminalità, un sistema sanitario allo stremo e il calo di qualità nell’istruzione”.

Cosa chiede l’iniziativa

In sintesi, con la loro iniziativa, i promotori vogliono inserire nella Costituzione federale un tetto massimo di 10 milioni di abitanti residenti permanenti in Svizzera entro il 2050. Superata quella data, il limite potrà essere alzato annualmente, ma solo nella misura della crescita naturale della popolazione. Se la soglia dei 9,5 milioni venisse raggiunta prima del 2050, scatterebbero misure restrittive in materia di asilo e ricongiungimento familiare. Il Consiglio federale sarebbe inoltre obbligato a rinegoziare tutti gli accordi internazionali che favoriscono la crescita demografica, o a invocare eventuali clausole di salvaguardia. Se il limite di 10 milioni venisse superato e nessuna rinegoziazione andasse a buon fine, l’iniziativa prevede la denuncia dell’Accordo sulla libera circolazione delle persone con l’UE entro due anni dal superamento. Andrebbero denunciati anche altri accordi internazionali, tra cui il Patto globale ONU sulla migrazione.
Sono esplicitamente fatte salve solo le disposizioni cogenti del diritto internazionale.

Notiziario 10:00 del 16.03.2026

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