Il Consiglio degli Stati, sull'onda dell'aggressiva politica di acquisizioni, anche nella Confederazione, da parte di aziende cinesi, ha approvato la mozione con cui si chiede di creare le basi giuridiche per controllare gli investimenti esteri diretti e d'istituire un'autorità incaricata di rilasciare le autorizzazioni.
Avversato dal Governo, il testo, che ora verrà sottoposto all'esame del Nazionale, è considerato da una consistente minoranza troppo vago, visto che in pratica ingloba tutte le società attive nella Confederazione, e illiberale, mettendo di fatto sotto tutela i consigli d'amministrazione. Il capo del Dipartimento dell'economia Guy Parmelin ha inoltre fatto notare che scegliere questa via comporterebbe, oltre a limitare notevolmente il margine di manovra delle imprese, un forte aumento della burocrazia, con effetti nefasti sull'attrattiva della piazza. C'è poi chi ha sottolineato che la stessa Svizzera, fuori dai confini, primeggia nell'ambito che oggi si vuole frenare sul patrio suolo.
Per i sostenitori, invece, i gruppi più importanti vanno meglio protetti, specialmente quelli che operano nei settori tecnologicamente più avanzati. Tra gli altri, il socialista Christian Levrat ha ricordato che altri Stati tutelano quelli ritenuti strategici. Piuttosto che pensare al profitto a breve termine, occorrerebbe riflettere a mente fredda su queste transazioni e non lasciarsi trascinare dall'euforia, com'è successo di recente con il progetto di "Via della seta", promosso da Pechino e sostenuto da Berna.
ATS/dg




