“Mia figlia ha commesso degli errori, ma vederla soffrire in carcere è terribile. Sapere che non esiste un centro di recupero per lei è inaccettabile”. Le parole disperate della madre di una 23enne, condannata lunedì al Tribunale di Lugano, evidenziano una lacuna nel sistema giudiziario, ovvero l’assenza di strutture terapeutiche stazionarie per giovani donne con disturbi della personalità. Nonostante il Codice penale preveda per i giovani adulti con problemi psichici un collocamento in centri specifici invece della prigione, in Svizzera esistono solo quattro istituti di questo tipo – e tutti riservati agli uomini.
La disparità è confermata da Siva Steiner, responsabile dell’Ufficio dell’assistenza riabilitativa del Canton Ticino, il quale spiega che attualmente si può ricorrere solo a centri aperti o a misure alternative fuori dal cantone. Tuttavia, in assenza di strutture chiuse dedicate, il rischio di fuga o recidiva diventa un ostacolo insormontabile, limitando fortemente le possibilità di riabilitazione per queste giovani donne.
Il caso della 23enne, condannata a tre anni sospesi in favore di una misura stazionaria (senza un’indicazione chiara su dove potrà eseguirla), riflette una problematica che va oltre i confini ticinesi. In tutta la Svizzera, infatti, le donne si trovano in svantaggio per quanto riguarda l’accesso a strutture terapeutiche adeguate. Questo vuoto legislativo le priva di un diritto fondamentale, penalizzando il loro percorso di recupero e reintegrazione sociale.
La disparità di trattamento tra giovani donne e uomini sottolinea l’urgenza di colmare una lacuna che non solo penalizza le giovani coinvolte, ma mina anche il principio di equità nella giustizia.








