Nonostante le montagne innevate e una lunga tradizione negli sport invernali, organizzare dei Giochi olimpici in Svizzera resta tutt’altro che scontato. Negli ultimi anni diversi progetti sono naufragati, anche – ma non solo – sotto il peso delle votazioni popolari nei cantoni coinvolti. È una realtà ben presente ai promotori della candidatura svizzera per i Giochi olimpici e paralimpici invernali del 2038, che guardano a Milano-Cortina come a un banco di prova prezioso. La linea scelta è chiara: puntare, proprio come gli italiani, su un modello decentralizzato. Un’impostazione che, secondo Simone Righenzi – responsabile operativo del progetto e intervenuto ai microfoni di Rete Uno – rende l’evento “molto più facile da digerire”, oltre a trasformarlo in un’opportunità più ampia per il Paese e per la popolazione.
Il professionista ha visitato le varie sedi dei Giochi italiani per osservarne da vicino funzionamento e criticità, con l’obiettivo preciso di capire i punti deboli delle Olimpiadi “diffuse” e trarne insegnamenti in vista del 2038. A suo giudizio, il modello inaugurato dall’Italia rappresenta un precedente importante, perché è “una prima assoluta” pensata per adattarsi a un territorio come quello alpino. Nel suo ragionamento, Milano-Cortina non sarà un caso isolato perché anche l’edizione del 2030 sulle Alpi francesi andrà in una direzione simile. Entro la prospettiva del 2038, quindi, ci saranno esperienze sufficienti per ottimizzare ulteriormente il formato. E anche sul fronte della vita olimpica, tema sensibile in un assetto disperso, il responsabile operativo svizzero ritiene che si potrà imparare a fare meglio, anche grazie alle nuove tecnologie, per rafforzare “questa atmosfera, questo spirito di comunione tra atleti ma soprattutto tra nazioni”.
Per Righenzi, il decentramento non è soltanto una scelta organizzativa ma pure il compromesso necessario per restare dentro parametri di sostenibilità ambientale e finanziaria. È su questo punto che il progetto svizzero intende marcare una differenza netta rispetto a Milano-Cortina: niente nuove infrastrutture. La Svizzera ha intanto avviato con il Comitato olimpico internazionale un dialogo privilegiato per il 2038. In concreto, significa che – se entro la fine del prossimo anno sarà presentato un dossier ritenuto soddisfacente – non ci sarà concorrenza. Da qui una strategia fortemente orientata alla riduzione dei rischi, in particolare quelli finanziari a carico della mano pubblica. Il dibattito interno, però, è appena cominciato e parlare già oggi di una terza edizione dei Giochi invernali sulle Alpi svizzere, dopo quelle del 1928 e del 1948, resta prematuro.
Non di sole infrastrutture vivono le Olimpiadi
Se Righenzi osserva “Milano-Cortina” soprattutto dalla prospettiva dell’organizzazione, Ralph Stöckli – capo della missione svizzera – offre invece una lettura più centrata sugli atleti. Ai microfoni della SRF, Stöckli si è detto “particolarmente soddisfatto e orgoglioso” dei risultati ottenuti dalla delegazione elvetica.
“Con questo numero di medaglie, si può dire che sono stati Giochi incredibilmente positivi per la Svizzera, per l’intera delegazione svizzera. Ce l’abbiamo fatta”, afferma mentre attribuisce il successo alla capacità delle federazioni di creare condizioni ottimali per gli atleti, ma anche al funzionamento complessivo del sistema sportivo svizzero. “Ciò dimostra anche che le strutture di promozione in Svizzera funzionano e che i diversi attori interagiscono tra loro. Che si tratti delle autorità pubbliche, dell’esercito o dell’aiuto allo sport, tutti danno il loro contributo». Il bilancio, aggiunge, è stato ricco di emozioni e momenti “indimenticabili e magici”.
Sul modello organizzativo scelto dall’Italia, Stöckli riconosce il valore della scommessa coraggiosa ma, allo stesso tempo, invita a contestualizzare le critiche perché si parla pur sempre di un megaevento con 3’000 atleti, 17 giorni di gare e 116 competizioni. Un compito “titanico”, ricorda, che va tenuto presente nel giudicare ciò che non ha funzionato.
Ed è proprio qui che emerge con più forza il punto di vista degli atleti, cruciale anche per la Svizzera in ottica 2038. Secondo Stöckli, nell’edizione decentralizzata alcune componenti dell’esperienza olimpica si sono un po’ affievolite. “Per gli atleti l’esperienza olimpica rimane fondamentale, perché è ciò che li rende così radiosi. Il villaggio olimpico è davvero molto importante. La convivenza, il vivere fianco a fianco, quei momenti magici della cerimonia di premiazione serale... qui è mancato un po’ tutto questo. Questo aspetto dovrebbe essere migliorato in futuro”.
In altre parole, “Milano-Cortina” conferma che il concetto decentralizzato può funzionare – e su questo Stöckli è netto – ma segnala anche il prezzo da pagare se la dispersione logistica finisce per indebolire la dimensione più simbolica e umana dei Giochi. È una lezione che i promotori svizzeri sembrano aver colto. Giusta la sostenibilità ed il contenimento dei costi sì, ma senza perdere lo spirito olimpico che, per chi gareggia, vale quanto il risultato.
SEIDISERA del 22.02.26 - Olimpiadi decentrate: pro e contro
RSI Info 23.02.2026, 14:51
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